Lunedì 19 Gennaio 2009

Evaristo Baschenis

Nell’arco di due secoli, dalla seconda metà del Quattrocento alla seconda metà del Seicento, la famiglia Baschenis fu ricca di generazioni, che diedero modesti ed illustri pittori. L’arte bergamasca in quei secoli non fu priva di vitalità e di elementi propri, pur assorbendo in gran parte gli influssi della pittura dei grandi maestri veneti. Tuttavia la fama e la notorietà di alcuni artisti del tempo non valicarono, salvo alcune eccezioni, i confini delle valli bergamasche in cui operarono, perchè offuscate dalla maestosità della pittura veneta e lontane dall’ambiente dell’arte delle grandi città. Evaristo Baschenis - come vedremo - fa eccezione a questa tendenza, avendo goduto di grande stima e riconoscimenti in tutta la nazione; e in alcuni paesi stranieri. Il capostipite dei Baschenis, fu probabilmente tale Simone, che ebbe quattro figli: Cristoforo, Giovanni, Battista e Dionisio. Per molto tempo gli artisti della famiglia operarono in terra trentina. Simone, uno dei figli del primogenito Cristoforo, fu riconosciuto l’esponente di maggiore levatura nel gruppo familiare che lavorò in quelle vallate alpestri. Il Morassi ha scritto sinteticamente di alcuni rappresentanti della famiglia Baschenis: “...appaiono così bendistinte le figure di Dionisio, il più antiquato e rigido, di Cristoforo di sentimenti gotici in cui si innestano rami rinascimentali, di Giovanni e Battista che lavorarono sempre uniti, tradizionalisti e vivaci, tenuti al Rinascimento quattrocentesco, infine di Simone che sorpassò di gran lunga i suoi maestri, pieno cinquecentista”. Di Simone vale tra le tutte ricordare le note “Danze Macabre” di Santo Stefano di Carisolo (1519) e di San Vigilio di Pinzolo (1539). Dopo il 1547 probabilmente questo artista tornò alla terra di origine. Pare verosimile pensare che abbia poi eseguito lavori nelle chiese bergamasche, anche se di tale periodo non è rimasta nessuna testimonianza. I Baschenis nel frattempo diedero continuità alla tradizione artistica per altre due generazioni senza godere comunque di vasta celebrità, sin al grande maestro, ultimo epigono della famiglia, che fu Evaristo Baschenis. Un giudizio globale sull’opera dei Baschenis che precedettero Evaristo, appare significativamente nello scritto di Luigi Angelini, che così recita2: “questi Baschenis, pittori vaganti che per quasi un secolo in queste vallate rappresentano come una dinastia chiusa in se stessa, lavorando su schemi iconografici tramandati da padre a figlio e da figlio a nipote, in fervore di lavoro ininterrotto, servono con costante amore la religione e l’arte, un’arte che, come disse il Morassi se sconfinò spesso con il mestiere, pure talvolta si elevò chiara ed umana ad esprimere la fede di cuori semplici e devoti, la tristezza dell’esistenza, l’amore della morte, la consolazione nell’umiltà della preghiera”. L’illustre maestro Evaristo Baschenis, nacque a Bergamo il 4 dicembre 1617, figlio ditale Pietro, che nel 1613 raffigurò l’Olimpo nella volta di una sala a terreno della casa parrocchiale di Leffe. Nel 1615 il padre di Evaristo affrescò una piccola stanza del Palazzo Nuovo di Bergamo, ora sede della Biblioteca Civica. Altre sue opere si possono ammirare nella chiesa di Sombreno (1620). Si ha pure notizia di due dipinti andati purtroppo distrutti nella sacrestia di S.Maria Maggiore (1616) e nella chiesa parrocchiale di Locate (1624). Evaristo, massimo pittore tra i Baschenis, divenne artista richiesto anche all’estero. Avendo presto indossato gli abiti religiosi, negli ambienti ecclesiastici venne chiamato Prevaristo, abbreviazione di prete Evaristo. Del primo periodo della sua formazione ha scritto il Tassi3: “...attendeva Evaristo con diligenza ai suoi studi, ma nello stesso tempo resister non potendo al natural impulso, che del continuo l’accendeva di imparare l’arte del disegno, non vedeva mai cosa ch’ei non si ingegnasse di capirla in quel modo poteva suo pari, che mai non aveva maneggiato matitoio e pennelli”. Alcuni ritengono che si stato allievo dello Zucco, del Cavagna o del Salmeggia, è probabile invece che abbia appreso le tecniche pittoriche dal padre. Il Baschenis, pur non avendo mai abbandonato la città natale per lungo tempo, trascorse brevi soggiorni a Venezia, dove ammirò alcune tavole del Caravaggio della prima maniera. Morì il 15 marzo del 1677 e venne sepolto in S.Alessandro in Colonna: con lui si estinse la stirpe dei pittori Baschenis. Dipinse tele di vario soggetto, ma nella storia dell’arte è ricordato in particolar modo per le sue nature morte che presentano alcune peculiarità di composizione e tecnica d’esecuzione. Nel 1647 giunse in Bergamo dalla Francia Giacomo Courtois, detto il Borgognone, artista di fama, noto come pittore di battaglie. Il Baschenis lo frequentò per un certo tempo, cimentandosi in una copia della “Battaglia di Alessandro Magno contro re Dario” del maestro francese. Alcuni autori affermano che altre opere (battaglie) di modello borgognonesco del XVII secolo siano da attribuire al Baschenis. Dipinse con buona probabilità anche soggetti religiosi (Madonne), tuttavia non sono rimaste composizioni sacre di ampie dimensioni. Il pittore bergamasco fu maestro pure nelle figure e nei ritratti. Esistono tuttora due dipinti della raccolta dei conti Agliardi che testimoniano un gusto raffinato nella scelta compositiva e dello studio dei soggetti. Uno di questi dipinti (1670) ritrae lo stesso Evaristo mentre siede alla spinetta, accompagnato con la mandola dal giovane conte Alessandro Agliardi. Ma il maestro bergamasco, che pure si mostrò buon pittore di battaglie, figure e soggetti religiosi, volle distinguersi dai generi più in voga nel suo tempo, e dedicò parte della sua opera alle nature morte. Nel XVII secolo in Italia ed all’estero i quadri ditali composizioni venivano sovente realizzati su commissione, con una ripetizione di soggetti e schemi. La scuola fiamminga e olandese diffusero il gusto e l’amore per questo genere di pittura, in cui i fiori, i frutti, gli animali, i vasi e i gioielli venivano eseguiti con la più attenta cura del particolare, nella ricerca della fedele emulazione della realtà. Così quando il quadro “appariva vero”, quando il bambino si avvicinava alla tela per posare la mano sul frutto, il pittore aveva raggiunto il suo scopo. Anche il Baschenis si inserì in quella ricerca della perfezione, ma le sue nature morte, dipinte nel periodo della maturità, si differenziano per la rappresentazione di strumenti musicali. Certo non fu l’unico pittore del Seicento che utilizzò tali soggetti per le nature morte, ma nessuno altro in modo così vario e completo. A questa scelta originale del soggetto si possono fornire diverse interpretazioni. Innanzi tutto la ricerca dei soggetti che distinguessero i suoi quadri alle opere di altri; va ricordato poi come in quel periodo intorno alla metà del secolo si fossero sviluppate creazioni nel campo degli strumenti musicali, con accresciuto interesse da parte del pubblico. Lo stesso Baschenis pare fosse collezionista di strumenti musicali e forse buon esecutore come attesta il suo autoritratto con il conte Agliardi prima ricordato. Non va inoltre dimenticato un elemento pittorico che determinò la scelta dei soggetti ripetuti nelle nature morte: il limitarsi per anni e anni a riprodurre strumenti musicali sempre più verosimili, inseriti in composizioni, che miravano al massimo equilibrio, seguiva un ideale della pittura. In alcuni dipinti il Baschenis giunse a render vivo il segno dell’impronta sullo strumento impolverato, il riflesso del sole che indora le curvature del legno, mettendone in risalto le nervature e la lucentezza. Della sua opera ha scritto ancora Luigi Angelini: . . .egli è riuscito veramente a far vivere gli oggetti, che paiono inerti solo in apparenza, nella loro struttura, nella loro sostanza, nel loro colore: è riuscito a dar vita a ciò che sembra inanimato, rivelando di questi oggetti una vita profonda e segreta, come di ciò che è animato. Pur apparendo un semplice realista, egli è un poeta di un suo mondo astratto racchiuso sotto aspetti comuni”. Per un giudizio obiettivo sull’artista bergamasco non si possono dimenticare alcune soluzioni stilistiche di maniera, tipiche del suo tempo, è comuni anche ai più grandi maestri del secolo, ma è indiscutibile il valore della ricerca che profuse nelle opere della maturazione. Il valore di un fatto ideale, di un senso trascendente delle forme che tendono alla spiritualizzazione della materia. L’opera di Evaristo Baschenis ebbe molti imitatori, fra cui ricordiamo Bartolomeo e Bonaventura Bettera. Tuttavia costoro non riuscirono mai ad avvicinarsi all’abilità tecnica ed al gusto compositivo del maestro. Il colore di queste ultime opere è opaco, gli schemi genericamente simili, mancano però di armonia ed equilibrio estetico. Le tele dei Bettera, anch’essi bergamaschi, rappresentanti strumenti musicali, riportano la firma B.B. oppure B+B. Il Baschenis si firmò - raramente - con la sigla E.B., mentre secondo una tradizione la paternità di alcune sue opere va ricercata in un particolare soggetto: la mela, che dipingeva in alcuni angoli del quadro.

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