Bergamo, addio a Mimmo - Foto/Video
La sua pizza da 60 anni in Città Alta

Si è spento nella notte Mimmo Amaddeo, fondatore della storica pizzeria «Da Mimmo», istituzione di Città Alta.

È mancato questa mattina Demetrio «Mimmo» Amaddeo, aveva 92 anni e aveva l’anno scorso festeggiato i 60 anni di attività. La sua è una storia da pioniere della pizza a Bergamo.
«Andiamo da Mimmo?» Non c’è nemmeno bisogno di specificare che si tratta di una pizza, la pizza con la P maiuscola è la sua per la maggior parte dei bergamaschi che si recano in Città Alta. Sia un tempo quando, quando era praticamente l’unico, sia oggi che la proposta gastronomica si è moltiplicata. Non c’è nessun dubbio «da Mimmo» è «un’istituzione» in città per la pizza, è stato lui a portarla e a farla apprezzare 60 anni fa con dedizione e passione.

Le stesse qualità che ha mantenuto anche dopo essere andato meritatamente in pensione . Non ha mai veramente lasciato l’attività, spesso si vedeva in negozio, anche dietro il bancone con l’inossidabile moglie Angelina.Spesso si alzava la mattina presto a fare il pane.

Queste le sue parole e il racconto della sua avventura nel campo della ristorazione: «Per caso arrivai a Bergamo, era il primo di agosto del 1956. Andò così: io lavoravo in una pizzeria a Milano, in via Agnello, in un giorno caldo entra un signore anziano che mi dice che lui è di Bergamo e che ha messo su un locale in Città Alta e che a Bergamo di pizzerie ce n’è soltanto una, il celebre Pio. Mi dice che io sono un giovane in gamba, che mi affiderebbe il locale. Ecco, io allora avevo un gran desiderio di avere un locale tutto mio, avevo 31 anni, ero sposato, avevo già figli... Accettai».

Domenico Amaddeo, ma tutti lo conoscono come Mimmo, ricorda così la vita di Città Alta in quegli anni che chiudevano i «Cinquanta», anni decisivi nel cambiamento del borgo antico. «Allora, a Milano, si parlava di Bergamo come di un paese di montagna. E quando arrivai, in effetti, Città Alta mi parve come un paesino scuro, tetro, povero, appena uscito dalla guerra. Nei locali non c’erano gabinetti, le case erano catapecchie, i servizi stavano in comune sulle scale. Mi scoraggiai. Il mio locale era piccolo, con un banco di marmo e un forno con un polpo dipinto sopra. C’erano cinque sgabelli di diverso colore dove i ragazzi si sedevano per consumare e sei tavoli con in fondo la televisione.

Ci venivano anche i bambini nel pomeriggio a vedere la Tv dei Ragazzi. È quel locale lì, di fronte, dove abbiamo aperto quel negozio di gastronomia e alimentari, Mimì. Si lavorava tanto al sabato e alla domenica, durante la settimana, alla sera, era un mortorio. Venivano i ragazzi dalle valli con le moto, al sabato. In Città Alta viveva la povera gente, quella che poi negli Anni Sessanta venne spedita al Monterosso e nei quartieri popolari. All’inizio, con me erano titubanti, però poi divennero affettuosi».

Mimmo arrivò con la moglie e due figliolette, prese in affitto un appartamento in via Salvecchio, 12, un gran palazzo, di fronte all’attuale sede dell’università. Ma allora il palazzo era fatiscente e l’appartamento della famiglia Amaddeo consisteva semplicemente in uno stanzone. Affrescato. Racconta Mimmo: «Quando venivano quelle giornate gelide che c’era il ghiaccio, allora portavamo i materassi nella pizzeria e quando chiudevo il locale ci aggiustavamo sulla pedana del forno, io mia moglie e le bambine, e il tepore del forno ci salvava. Nel nostro appartamento non avevamo riscaldamento». In quei giorni, le pizze costavano 180 lire, il locale andava benino, dalla Calabria arrivarono una nipote e il fratello di Mimmo per dare una mano. Nel 1963 il trasferimento nei locali dove si trova ancora oggi. «Qua c’era un vecchio dopolavoro, un’osteria che vendeva tanto vino, con cinque campi di bocce. Cominciai subito a fare anche ristorante. I bergamaschi non conoscevano il pesce, al massimo c’erano il palombo, le aringhe salate e il baccalà. Io proposi il pesce, me lo portava Grismondi che aveva una ghiacciaia in via Bono e il giovedì andava a Chioggia a prendere pesce fresco. Ma nelle sere dei giorni feriali ancora per anni venivano le donne, le persone anziane che fumavano, annusavano tabacco, era gente a modo antico, rustica e diffidente, ma di buon cuore».

Mimmo cominciò a fare anche la polenta e i ravioli. La cucina bergamasca la preparava la signora Giuliani, il pesce Mimmo con la moglie Angelina che, tra una frittura e l’altra, ha messo al mondo sette figli. «Tutti in gamba, quattro laureati», dice Mimmo. Roberto è uno dei figli che si impegnano all’interno del ristorante, ha 35 anni, è nato e cresciuto in Città Alta. «Quando ero bambino giocavo per strade, qui c’erano quindicimila abitanti e tanti bambini. Adesso siamo rimasti in cinquemila e di bambini se ne vedono pochi. Credo che il cambiamento abbia accelerato negli ultimi venti anni. Città Alta ha rischiato di diventare un luogo imbalsamato, penso che l’università sia stata fondamentale nell’assicurare vitalità e senso a Città Alta».

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