Uccelli, la mappa del bracconaggio
A Bergamo archetti, trappole e reti

L’Ispra ha fatto il punto della situazione: le Prealpi lombardo-venete tra le zone più calde.

Sono almeno 7 le aree in Italia in cui il bracconaggio risulta particolarmente intenso: le Prealpi lombardo-venete, il Delta del Po, le coste pontino-campane, le coste e zone umide pugliesi, la Sardegna meridionale, la Sicilia occidentale e lo Stretto di Messina. A queste zone «calde» (definite «black spot») se ne aggiungono altre dove il bracconaggio è frequente, come la Liguria, la fascia costiera della Toscana, la Romagna, le Marche, il Friuli-Venezia Giulia. Lo rivela una indagine condotta dall’Ispra (l’ente di ricerca statale sull’ambiente).

Nelle Prealpi lombarde (soprattutto a Brescia e a Bergamo) è diffusa la cattura illegale in autunno attraverso l’impiego di archetti, trappole, reti e vischio. Analoghe attività, condotte con reti e richiami, sono praticate nelle Prealpi venete e in Friuli. A restarne vittima sono soprattutto pettirossi, pispole, spioncelli e fringuelli, ma le specie che possono rimanere intrappolate sono moltissime, perché i mezzi di cattura utilizzati non sono selettivi. Lungo la costa adriatica vengono condotte catture con reti verticali durante le ore notturne, attirando i migratori in arrivo dall’area balcanica (principalmente turdidi) con richiami acustici elettronici e luci artificiali. Spesso gli uccelli vengono catturati per essere venduti nel circuito della ristorazione, più raramente per consumo diretto delle carni.

Nelle isole dell’Arcipelago Pontino e dell’Arcipelago Campano, le catture avvengono durante la migrazione di ritorno a partire dal mese di marzo, sino a tutto maggio. In Sardegna è diffusa una forma di bracconaggio ai tordi praticata tra novembre e febbraio nel Sulcis meridionale. Qui i mezzi di cattura tradizionali sono rappresentati dai crini di cavallo, fili di nylon o fil di ferro. I tordi vengono uccisi per essere venduti ai ristoratori locali per la preparazione di un piatto tipico, le «grive» (i tordi in sardo) al mirto. Anche gli uccelli acquatici sono oggetto di bracconaggio, praticato spesso di notte, mediante l’utilizzo di mezzi di caccia vietati (come i richiami acustici elettronici), anche in aree protette ed in periodi in cui la caccia è chiusa. Tra le zone maggiormente interessate spiccano il Litorale Domizio, in Campania, e le zone umide della Capitanata, in Puglia. Non mancano segnalazioni in Sicilia e del Delta del Po. L’abbattimento dei rapaci con armi da fuoco è una pratica tuttora diffusa su gran parte del territorio nazionale. Questa attività viene praticata in corrispondenza dello Stretto di Messina. Gli uccelli vengono abbattuti mentre sono in migrazione attiva. Il numero di uccelli abbattuti ogni anno sullo stretto era molto elevato sino ad un recente passato; la stima attuale è di 200-300 rapaci uccisi in primavera e 400-600 in autunno. Inoltre, il prelievo di giovani rapaci dai nidi è un’attività particolarmente redditizia.

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