I giovani, la loro ricerca e la bellezza dell’incontro

I giovani, la loro ricerca
e la bellezza dell’incontro

In questi anni ho guardato spesso i giovani e le giovani negli occhi. Ho incrociato sguardi diffidenti, feriti, pieni di sofferenza, ma anche occhi pieni di speranza, di fiducia nella vita. E quando dico giovani intendo giovani, non adolescenti o giù di lì.

Che cosa ho imparato da loro? Beh, mi hanno voluto bene per quello che sono. Non è poco. Ho trovato giovani che mi chiedevano di essere un riferimento per loro in una società e una cultura veramente complicata, ricca di possibilità ma anche di incertezze e di rischi. Non me la sono mai sentita di essere un punto di riferimento, ho solo voluto essere un compagno di viaggio, con qualche anno in più. L’unica cosa a cui ho sempre tenuto, è consegnare loro un compito: essere liberi. Non significa fare quello che si vuole, ma meravigliarsi dell’abisso che si apre in noi e davanti a noi, quando scopriamo che la nostra vita è un progetto che noi decidiamo, per rispondere all’appello della vita stessa.

Lo so, questo progetto si realizza sempre insieme agli altri, in dialogo e, nello stesso tempo, in conflitto con loro. Una dimensione assolutamente imprescindibile per trovare veramente se stessi. Insieme si cammina per capire la vita, condividendo le esperienze e i pensieri. Però c’è un momento in cui sei tu ce devi deciderti. Gli altri possono esserti vicino, darti consigli, aiutarti in qualche modo, ma nessuno e niente ti può sostituire. E questi ragazzi non sono fragili, semplicemente devono riconquistare tutto questo con più tempo, perché spesso il terreno che abbiamo lasciato loro in eredità è franoso. Sono stato contento in questi anni di essere stato nutrito dalla loro generosità. Non è vero che non hanno ideali i giovani, siamo noi che non li abbiamo più, inariditi, e leggiamo la loro vita come una corsa verso l’illusione. Siamo noi adulti che abbiamo tradotto in stereotipi la vita, e invece che consegnare loro l’eredità ideale, li sovraccarichiamo dei nostri fallimenti, spacciati come conquiste. Ho visto molta speranza nei giovani, alcuni ormai sono papà e mamme. Ho visto tanta ricerca di autenticità, che mi ha fatto paura. Ho temuto spesso di non essere in grado di rispondere alla loro curiosità sulla vita e anche di dare risposte sbagliate, soprattutto di dare troppe risposte.

Una cosa ho tenuto ferma, viene dalla mia esperienza di fede. Quando mi hanno domandato a chi dare credito nella vita, ho sempre risposto che il credito, vale a dire la propria fiducia, è una richiesta che ci viene fatta nella relazione. Ma il nostro credito dato all’altro ha un criterio, che l’altro non ritenga il nostro credito nei suoi confronti unilaterale e strumentale. La nostra fiducia all’altro che incontriamo è spesa bene se l’altro ci dice che la nostra fiducia è importante per lui, talmente importante che solo grazie a essa riesce a trovare il senso dell’essersi rivolto a noi. E’ una lezione che si impara dall’esperienza della fede cristiana, ma ha un valore antropologico. Vale per l’amicizia, per l’amore, per i rapporti sociali e economici. Ed è un’esperienza di libertà, perché reciprocamente ognuno attende la novità della risposta dell’altro per trovare se stesso nell’autenticità.

Solo questo ho voluto lasciare ai giovani che ho incontrato, alla loro ricerca, alla loro esistenza. E ponendomi così io sono diventato un uomo, un prete migliore, perché mi sono ritrovato nella imprevedibilità della risposta di cui i giovani, tutti gli uomini e le donne, sono capaci. Una imprevedibilità che spesso mette in discussione, ferisce, ti depone dalle tue certezze, ma proprio per questo ti fa sentire vivo nella novità che ognuno di noi è e testimonia. I giovani non sono semplicemente un dato sociologico, sono invece la bellezza di un incontro in cui io divento sempre più umano, sono insegnanti, anche quando sono fragili, smarriti, spesso vittime della funzionalità a cui la nostra cultura ha ridotto i rapporti umani. Sono riconoscente per questa esperienza. I volti che ho incontrato in questi anni, hanno lasciato in me una traccia indelebile e mi hanno testimoniato una giovinezza che non risulta dalle lamentele giornalistiche e sociologiche, ma che vive come un fiume sotterraneo che, prima o poi, arriverà a irrigare le nostre pianure inaridite.


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