Mercoledì 06 Gennaio 2010

Pasotti, da attore a romanziere
Il 16 gennaio debutta in libreria

Yes, Giorgio: non è il titolo del film del 1982, l'unico interpretato dal tenore Luciano Pavarotti, ma è il risultato dell'ultima fatica artistica dell'attore bergamasco Giorgio Pasotti, che diventa scrittore e fa centro con il suo romanzo Dentro un mondo nuovo (Mondadori) dal 16 gennaio in libreria.

Sì, Giorgio Pasotti ci stupisce ancora, mentre sta per uscire il sequel de L'ultimo bacio di Gabriele Muccino, nelle sale dal 29 gennaio, con un romanzo di formazione che prende spunto - su suggerimento di un  altro bergamasco, il regista Davide Ferrario - dalle sue esperienze di studente di medicina e di arti marziali in Cina nei primi anni Novanta. Per raccontare poi una storia di pura fantasia dove Oriente e Occidente si toccano nel segno dell'avventura: yes, Giorgio.

Giorgio Pasotti, non  è un po' presto per scrivere un'autobiografia?
«Ma questa non è assolutamente un'autobiografia, è un romanzo. Ci tengo molto a precisare questa cosa».
Infatti era una battuta.
«Meno male, perché siccome me l'hanno già chiesto  un paio di volte non vorrei che passasse questa versione. Anche perché sarebbe veramente assurdo scrivere una mia biografia. Avrei proprio ben poco da dire».
Benché lei, rispetto a molti di noi, alla sua giovane età abbia già vissuto tante vite diverse.
«Beh, diciamo che mi sono dato da fare. Invece di restare coccolato in provincia a Bergamo ho deciso di prendere in mano la mia vita».

Quindi cos'è questo libro?
«È un romanzo. Anzi,  un romanzo di formazione che ha sì uno spunto autobiografico, perché è ambientato in Oriente, basato sulla mia esperienza di quando sono andato a studiare in Cina, ma questa è l'unica affinità con la mia vita. Per il resto ci sono solo personaggi inventati, storie inventate per raccontare il viaggio di un ragazzo che parte dalla provincia e compie una serie di avventure. Un viaggio che diventa poi un percorso di formazione».
Lo sfondo è solo orientale?
«È anche orientale ma non solo cinese, il racconto poi si sposta anche in altre zone».
In percentuale quanto c'è di lei e quanto di finzione?
«Non lo so, forse un dieci-venti per cento. Soprattutto nella descrizione della Cina dei primi anni Novanta che usciva dai fatti di Tienanmen e che aveva voglia di aprirsi all'esterno. Questo è lo sfondo in cui è ambientata la vicenda. Per il resto, come ripeto, è tutta finzione».
Com'è che le è venuta voglia di scrivere questo romanzo?
«Non avevo intenzione di scriverlo. In realtà è nato da un'idea di Davide Ferrario, con cui avevo girato Dopo mezzanotte, che aveva intenzione di fare un film ambientato in Cina e mi chiese se potevo scrivere una sorta di diario di bordo di quella mia esperienza. Ma erano passati talmente tanti anni che gli dissi che non mi ricordavo quasi niente. E invece poi ho cominciato a scrivere quello che mi ricordavo e lì mi sono accorto che invece mi ricordavo tantissime cose. Ricordi anche molto molto dettagliati. Ho cominciato così a compiere un viaggio nella mia memoria».

Ci racconta come è partito per la Cina a 19 anni?
«È stata una combinazione di eventi. Avevo finito il liceo ed ero partito militare, ma dopo quattro mesi mi hanno congedato per asma allergica. A quel punto però le iscrizioni all'università erano già chiuse e lì uscì questa possibilità di iscrivermi ad un'università cinese per studiare medicina tradizionale e parallelamente allenarmi nelle arti marziali che già praticavo: per me è stato il coronamento di un sogno, perché volevo fare il medico e continuare ad allenarmi. Ho fatto il test di ammissione, mi hanno accettato e ci sono rimasto per tre anni».
Il primo impatto come è stato?
«Molto duro, molto tosto. Ero un ragazzo normalissimo, di Bergamo, venivo dalla provincia e improvvisamente venivo catapultato in un mondo completamente nuovo. Ci si svegliava tutti alle cinque e mezzo, si andava a letto alle nove e mezzo perché toglievano la luce, non c'erano la televisione, ristoranti, locali, si viveva in un regime militaresco. È stato uno choc, tanto che per un paio di mesi non ho disfatto le valigie perché volevo tornare».
Altro che il servizio militare!
«Sì, infatti, quello che non ho fatto da alpino a Merano l'ho fatto in Cina».
Quindi lei è arrivato in questo mondo nuovo, il che ci porta al titolo del libro: Dentro un mondo nuovo.
«Esattamente. Dentro un mondo nuovo perché è un tuffo dentro un mondo diverso da quello che questo ragazzo aveva conosciuto fino ad allora».
Il protagonista ha un nome?
«Lorenzo, però non è praticamente mai citato con il suo nome, solo nella primissima parte».
Cosa capita a questo personaggio?
«Viene proiettato in una dimensione del tutto nuova, incredibilmente diversa rispetto a quella cui è abituato. Ne consegue una sfida con se stesso quando decide di rimanere e vedere se riesce a cavarsela anche lì. Poi farà incontri pazzeschi, conoscerà personaggi incredibili».
Come definirebbe questo  romanzo? «Un viaggio di formazione, perché lo è veramente. Mi piacerebbe che i ragazzi di oggi lo leggessero come un messaggio indirizzato a loro - non che voglia lanciare messaggi, per carità - però davvero mi piacerebbe che aiutasse i ragazzi a prendere in mano di più la loro vita. Vedo un sacco di ultratrentenni che vivono ancora con i genitori. Vorrei che potessero prendere in mano la propria vita e cominciassero a decidere per se stessi. Scoprirebbero che la vita li premia».
È stato difficile scriverlo?
«No, perché ho sempre avuto un po' la passione della scrittura, anche se prima non avevo mai avuto il coraggio di farlo materialmente. Mi dà molta gioia, mi appaga stare chiuso in una stanza e inventare la vita e le avventure di un personaggio. È stato un po' più difficile mettere insieme il tutto».

Che lettore è Giorgio Pasotti?
«Della lettura, così come della musica e del cinema, mi piacciono sia i classici che autori moderni e contemporanei, penso a Kureishi, Murakami, Hemingway, Ammaniti. Sono molto curioso».
Ce n'è uno in particolare cui si è ispirato? «Direi di no, mi dicono però  che la mia è una scrittura molto cinematografica che si esprime attraverso le immagini».
A questo punto dovrebbe mandarlo a Davide Ferrario, che magari ne farebbe un film chiudendo così il cerchio.
«Esatto, potrei  riproporglielo».

Cambiando discorso, a fine mese esce il nuovo film di Gabriele Muccino Baciami ancora.
«Esce il 29 gennaio».
Ce l'avete fatta...
«Ce l'abbiamo fatta, sì, è stata veramente una bellissima avventura, anche se molto faticosa perché ci son voluti tre mesi di riprese. Però il fatto di ritrovarci tutti dopo tanti anni ci ha reso veramente felici di lavorare insieme. Il film mi sembra veramente molto buono e affronta tematiche diverse, anche più serie rispetto a L'ultimo bacio. Mi piace perché è un film che vive di suo, anche se è un ideale proseguimento del primo: non c'è bisogno di aver visto quello per apprezzare e godere questo».
Andrea Frambrosi

e.roncalli

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