Venerdì 30 Aprile 2010

Ian Hunter, rock e passione
All'Alcatraz l'unica data italiana

Lui l'aspettava col cuore in gola alla pensilina del bus. Aspettava un sogno. Tutte le sere. Aveva 16 anni e quando cercava di avvicinarla, il suo coraggio finiva «nella polvere» e scappava. «Perché lei mi guardava con disprezzo». Sguardi come coltellate che «sembravano dire non sei niente, va' via». E lui tornava a casa sanguinante, ferito nei sentimenti e nell'orgoglio. Ma «giuravo: sarò qualcuno, un giorno». Lei si chiamava Irene Wilde e oggi l'adolescente divenuto vecchio leone è ironicamente grato a quell'amore non corrisposto, so painful, perché a 71 anni è ormai più di qualcuno, è una leggenda del rock.

La vera storia di Ian Hunter, poco o per nulla raccontata, è forse racchiusa in “Irene Wilde”, la malinconica serenata pubblicata nel ‘76 tra i solchi dell'album “All American Alien Boy” (con un certo Jaco Pastorius al basso!), alla testa dei Mott The Hoople, e torna struggente nella bella e maestosa “Man Overboard”, title track dell'omonimo cd del 2009, a parere di molti (noi compresi) il miglior lavoro della produzione ultraquarantennale del riccioluto rocker di Oswestry. Adesso viene a cantarcela dal vivo questa parabola della vita come una rivincita. Per la prima volta in Italia da solista.

Mercoledì 5 maggio all'Alcatraz di Milano, dove arriveranno anche tanti orfani della data annullata (per motivi logistici) il giorno prima al Crossroads di Roma. E allora avanti cuori infranti, naufraghi dell'amore, tutti sotto il palco a fare il coro all'«uomo in mare». «Ubriaco e in disordine» nel ritornello dylaniano che suona come un sos lanciato in mezzo alle onde di un'attraversata che in verità gli ha regalato momenti di gloria e sempre emozioni. Fossero tutti alla deriva come lui… Bob Dylan, sì, e poi Bruce Springsteen e David Bowie che salvò la vita ai Mott The Hoople scrivendo per loro l'inno di una generazione glam, quella “All The Young Dudes” che tra il '72 e il '74 regalò alla band, sull'orlo di mollare tutto, tre stagioni di successo insperato, capaci di scolpire il mito di Hunter, alla faccia del beatiful looser.

Un mito lucidato e reso anche più sfavillante durante la carriera solistica nel periodo 1975-80. Provate ad ascoltarvi due capolavori che hanno fatto del cantante inglese il migliore outsider della scena internazionale: “You're Never Alone With A Schizophrenic” (1979, ristampato nel 2009 in versione deluxe con un cd dal vivo in aggiunta), forte del talento di Mick Ronson alla chitarra (già negli Spiders From Mars di Bowie) e mezza E Street Band in pieno servizio (Roy Bittan alle tastiere, Max Weinberg ai tamburi, Gary Tallent al basso); un anno dopo l'esplosivo “Ian Hunter Live/ Welcome To The Club”. Se Hunter, chitarrista oltre che voce, è devoto a Dylan e Bowie, se spesso insaporisce il suo piatto con una buona dose di Springsteen, altri hanno a loro volta attinto a piene mani alla sua musica e al suo spettacolo, che Gianfranco Callieri definisce all'epoca d'oro un «live-act potente, dinamico e aggressivo» come nessun altro, escluso soltanto quello del Boss.

Luther Grosvenor, in arte Ariel Bender, già chitarrista dei Mott The Hoople (arrivato dai dirompenti Spooky Tooth), va raccontando che, «quando i Queen aprivano i nostri concerti», Freddie Mercury andò a sbirciare negli appunti di Hunter che aveva scritto la miniopera “Marionette”. E cosa succede 18 mesi dopo? Esce “Bohemian Rhapsody” (1975) nell'album più originale dei Queen, “A Night At The Opera”. Fuori gli altri nomi dei più giovani amici che devono ad Hunter parte della loro ispirazione: Kiss, Clash, Def Leppard, Rem, Motley Crue, Blur e Oasis. Con lui hanno suonato e cantato dal vivo Ian Astbury dei Cult, Axl Rose e Slash dei Guns N'Roses, Roger Daltrey degli Who, Meat Loaf e Bryan Adams. Circolano oltre cinquanta versioni di cover delle canzoni di Hunter, interpretate tra gli altri da Status Quo, Blue Oyster Cult, Barry Manilow e Willie Nelson.

Ian Hunter (portato a Milano dalla Barley Arts Promotion) viene dato in buona forma e l'Alcatraz porta fortuna alle prime italiane dei grandi rockers se ancora oggi qualche radio ricorda l'irripetibile concerto di John Fogerty nel 2008, probabilmente il migliore del decennio alle nostre latitudini (e noi, fortunatissimi, eravamo là). Lo accompagnerà la Rant Band: James Mastro (chitarra e mandolino), Paul Page (basso), Andy Burton (tastiere) e Steve Holley (batteria), tutti nella formazione di “Man Overboard” (di cui dobbiamo aspettarci, che goduria, diversi brani), più l'altro chitarrista Mark Bosch. Il ragazzo indomito, che ha vissuto di passione e ha fatto del calore la sua fonte di energia, chiederà ancora una volta «nuove cose, portatemi delle nuove cose». Un tempo si rivolgeva a «tutti i giovani vanitosi». Quanti ne saranno rimasti? E quanti prenderanno il loro posto? Punk-boy o cantautore, lui si darà fino all'ultimo respiro.

Il concerto spostato alle 22,30: prima la finale di Coppa Italia
Il concerto di Ian Hunter, mercoledì 5 maggio all'Alcatraz di Milano (via Valtellina 21), inizierà alle 22,30 e non alle 21 come comunicato in un primo tempo: gli organizzatori hanno infatti deciso di proiettare su maxischermo la finale di Coppa Italia tra Inter e Milan prima di dare il via allo spettacolo. Il biglietto costa 30 euro più diritti di prevendita e si acquista nel circuito TicketOne e sul sito www.ticketone.it. Info: www.barleyarts.com.

Andrea Benigni

a.ceresoli

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