Venerdì 10 Dicembre 2010

Un minuto con Dante:
l'anonimo suicida fiorentino

L'ANONIMO SUICIDA FIORENTINO

IF XIII, 139 ss.


Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I' fui de la città che nel Batista
mutò il primo padrone; ond'ei per questo

sempre con l'arte sua la farà trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».

Terminato il colloquio con Pier delle Vigne, nella selva dei suicidi Dante e Virgilio assistono ad una scena di vera e propria caccia infernale: alcune anime fuggono disperatamente inseguite da cagne nere fameliche le quali, una volta raggiunti questi infelici, li sbranano ferocemente.

Si tratta degli scialacquatori che in vita hanno fatto a pezzi e distrutto i loro beni godendo nel vederli andare in rovina. Uno degli scialacquatori in fuga cerca inutilmente di ripararsi ai piedi di un albero ma, una volta raggiunto dalle cagne, viene sbranato e nella lotta lo stesso albero viene parzialmente danneggiato.

Dalla pianta si leva un'invocazione: un'anima suicida, senza fare il suo nome, chiede a Dante di aver pietà di lui e di mostrarglielo ricomponendo i rami spezzati ai piedi del suo tronco. Si tratta di un anonimo suicida fiorentino che si tolse la vita nella propria abitazione: «io fei gibetto a me de le mie case», vale a dire: «mi sono costruito una forca (un patibolo) dentro la mia stessa casa».

E' un gesto drammatico messo in atto attraverso un macabro rituale: come se il suicida volesse farsi trovare ormai privo di vita proprio da coloro che lo conoscono e lo amano all'interno dello spazio domestico, quello dell'intimità familiare. Forse per accusarli implicitamente di non essere stati capaci di riconoscere i segni premonitori del dramma imminente.

Anche il gesto che il suicida chiede a Dante esprime forse il desiderio di questi infelici di essere ricomposti da morti con affetto e discrezione per poter riposare in pace, sicuri di aver ricevuto, anche se tardivamente, la compassione dei loro simili.

Enzo Noris

a.ceresoli

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