Venerdì 21 Gennaio 2011

Un minuto con Dante
Quarta bolgia, ecco gli indovini

GLI INDOVINI

IF XX, 19-30

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com'io potea tener lo viso asciutto,

quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che 'l pianto de li
occhi le natiche bagnava per lo fesso.

Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: «Ancor se' tu de li altri sciocchi?

Qui vive la pietà quand'è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?


Guardando sul fondo della quarta bolgia, Dante scorge uomini e donne che, in silenzio e lacrimando, avanzano lenti in processione. Guardando meglio si accorge con meraviglia che costoro hanno il capo “travolto” cioè girato all'indietro e sono costretti a procedere a ritroso perché “il veder dinanzi era loro tolto”.

Sono gli indovini, coloro che parlarono troppo, vollero vedere nel futuro e stravolsero il senso delle scritture. Dante si commuove e piange alla vista di un'umanità così deformata al punto che le lacrime dei dannati scendevano loro lungo le natiche. Virgilio lo rimprovera aspramente, dicendogli che “Qui vive la pietà quand'è ben morta”, vale a dire che non provare pietà per i dannati è l'unico e vero modo per rispettare la pietà-giustizia divina. Questo episodio si spiega probabilmente col fatto che al tempo di Dante il confine tra magia, divinazione, astrologia, non era così netto. E così pure, forse, ai tempi nostri.

Nei confronti delle arti divinatorie il mondo classico e medievale non avevano pronunciato una condanna inequivocabile, identificando forse nel desiderio di prevedere il futuro un segno illusorio di grandezza, una conoscenza ambiziosa ma non del tutto disonorevole. Dante vuole qui uscire dall'ambiguità e -attraverso le parole di Virgilio- pronunciare una condanna esemplare contro maghi ed indovini, colpevoli di orgoglio, di frode, di falsità diabolica, di essere falsi profeti.

Là dove il male ha una sua evidenza innegabile non è necessario rimproverare il discepolo, ma là dove -come nel caso della magia- il male ha un subdolo potere fascinatorio è necessaria fermezza e severità nei confronti del discepolo ed anche di se stessi.

Enzo Noris

fa.tinaglia

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