Mercoledì 27 Aprile 2011

Un minuto con Dante
O dignitosa coscienza e netta

O DIGNITOSA COSCIENZA E NETTA


PG III, 7 ss.



7 El mi parea da sé stesso rimorso:

8 o dignitosa coscienza e netta,

9 come t'è picciol fallo amaro morso!



10 Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

11 che l'onestade ad ogn'atto dismaga,

12 la mente mia, che prima era ristretta,



13 lo 'ntento rallargò, sì come vaga,

14 e diedi 'l viso mio incontr'al poggio

15 che 'nverso 'l ciel più alto si dislaga.



16 Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,

17 rotto m'era dinanzi a la figura,

18 ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.



19 Io mi volsi dallato con paura

20 d'essere abbandonato, quand'io vidi

21 solo dinanzi a me la terra oscura;



22 e 'l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,

23 a dir mi cominciò tutto rivolto;

24 «non credi tu me teco e ch'io ti guidi?



Interrotto il canto di Casella dall'improvviso intervento di Catone, che costringe le anime ad una fuga disordinata, anche Dante e Virgilio si precipitano verso la montagna. La corsa frettolosa ha tolto compostezza al maestro che se ne avvede provando vergogna per una mancanza in fondo non così grave. Dante commenta l'atteggiamento del maestro, esaltando la dignitosa coscienza e il “candore” dell'uomo-Virgilio, così vicino alle nostre comuni debolezze umane.


Dante, ripresosi anch'egli dopo la fuga, allarga il suo cuore ed il suo sguardo al paesaggio circostante e, notando solamente la sua ombra e non quella di Virgilio, teme di essere stato abbandonato. Il maestro lo rassicura, ricordandogli che egli non può gettare alcuna ombra perché puro spirito: il suo corpo fisico si trova sepolto sulla terra, nei pressi di Napoli.
Tra i due si crea una sorta di complicità, dovuta - come abbiamo detto - al nuovo ruolo assunto da Virgilio nei confronti di Dante; la stessa complicità che i due pellegrini realizzeranno con le altre anime espianti lungo la salita alla santa montagna.


Enzo Noris

fa.tinaglia

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