Jannacci, scompare un maestro
tra libero pensiero e cabaret

È morto un maestro. Purtroppo si sapeva da tempo che la sua malattia era allo stato terminale, ma la scomparsa di Enzo Jannacci è un evento cui non si può essere preparati. Se n'è andato dieci anni dopo il «suo fratello» Giorgio Gaber.

È morto un maestro. Purtroppo si sapeva da tempo che la sua malattia era allo stato terminale, ma la scomparsa di Enzo Jannacci è un evento cui non si può essere preparati. Se n'è andato dieci anni dopo il «suo fratello» Giorgio Gaber, una vita di complicità, musica, teatro e intelligenza di due straordinari personaggi che rappresentano l'Italia migliore.

Jannacci - che è morto venerdì sera a Milano a 77 anni, era nato il 3 giugno del 1935 nella stessa città - è stato uno dei protagonisti di quella straordinaria stagione in cui Milano è stata un irripetibile laboratorio di creatività. Aveva fatto studi seri di pianoforte e teoria musicale ma era un jazzista capace di suonare con Chet Baker ed è stato tra i primi in Italia a suonare il rock'n'roll e ha continuato a esercitare la professione medica (si era specializzato in chirurgia negli Usa) per buona parte della sua vita.

Non si può capire Jannacci se non si accosta al musicista e all'autore la componente teatrale, la sua vena paradossale e surreale, la sua conoscenza della realtà anche più marginale, il suo essere, sempre, un libero pensatore.

È cresciuto con Gaber, Dario Fo, poi Celentano, Cochi e Renato ma per la generazione di Paolo Rossi è un maestro, in un certo senso è stato proprio lui a indicare la strada e i codici della nuova comicità. E a proposito dei codici, anche lui ha dovuto lottare contro gli standard della Rai in bianco e nero, dove venne giudicato poco adatto: il suo umorismo era troppo avanti rispetto a quegli anni.

Ha lasciato pagine musicali memorabili: «Veronica», «Vengo anch'io no tu no», un gioiello di comicità che arrivò primo in classifica, «Ho visto un re», il duetto con Dario Fo, «Messico e nuvole», «L'Armando», «El portava i scarp del tennis», «Vincenzina e la fabbrica», «Bartali» (scritta con Paolo Conte), «Ci vuole orecchio», «La canzone intelligente», ha scritto «Il poeta e il contadino», lo spettacolo con Cochi e Renato che ha contribuito a cambiare il linguaggio comico in tv, ha fatto tanto cabaret e anche il teatro serio, compreso «Aspettando Godot» con Giorgio Gaber.

Con Gaber si erano conosciuti al liceo e avevano cominciato insieme tentando di imitare in modo maldestro gli Everly Brothers con il nome «I due corsari». Nel 1983 si presentarono come Ja Ga Brothers in stile Blues Brothers riproponendo, con grande successo, vedi «Una fetta di limone» proprio quei brani.

La vicenda del loro sodalizio umano e artistico è una pagina importante della nostra cultura. A ben vedere, prima di dedicarsi solo alla musica, come negli ultimi anni, Jannacci ha avuto un'attività davvero variegata, come attore di cinema (nel 2010 è stato il fidanzato della figlia adolescente dei protagonisti di «La bellezza del somaro» di Castellitto) e teatro e conduttore tv, autore di colonne sonore, tipo «Romanzo popolare» di Monicelli, per il quale insieme a Beppe Viola (altro suo grande sodale) ha adattato i dialoghi in milanese, o «Pasqualino Settebellezze» di Lina Wermuller, ha fatto gli sketch di Carosello e ha scritto per il teatro.

È stato un simbolo della capacità di guardare la realtà sempre da un punto di vista originale, anzi imprevedibile. È stato un maestro di ironia e paradossi ma anche uno dei più intensi narratori della marginalità e della solitudine urbana. I protagonisti della sue storie di mala compongono una straordinaria commedia umana di un'Italia che si poteva ancora permettere di sorridere per le gesta del palo della banda dell'ortica.

L'importanza di Enzo Jannacci non può essere misurata soltanto con il metro del successo e della popolarità. Perché si tratta di un personaggio che ha fatto molto per rendere migliore il nostro Paese. E che lascia un'eredità preziosa per le nuove generazioni.

Paolo Biamonte

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