Martino nell’orrore nazista  A Talarico il Premio Carver

Martino nell’orrore nazista
A Talarico il Premio Carver

Il Contropremio della letteratura italiana assegnato allo scrittore
per il romanzo «Amore regalati». Un viaggio nella storia del nostro passato

Dopo il Montefiore e il Cava de’ Tirreni, è arrivato anche il Premio Carver: Olimpio Talarico, crotonese di nascita, cresciuto a Caccuri (Kr), dal 1994 residente a Bergamo, dove insegna materie letterarie al liceo Secco Suardo, si è aggiudicato, con il suo ultimo romanzo «Amori regalati» (Aliberti, 2017), il «Contropremio della letteratura italiana», a parimerito con «La quarta estate» di Paolo Casadio (Piemme). I premi sono stati assegnati sabato scorso nel cuore storico di Lucca. La giuria, guidata da Andrea Giannasi, ha voluto premiare «la ricerca narrativa e la volontà di scrivere storie per conoscere il nostro passato». Il Carver, nato a Roma nel 2003, giunto alla quindicesima edizione, «ha sempre seguito la logica del premiare i libri e non i nomi o i marchi editoriali».

Tre amici, cresciuti insieme in uno splendido paesino della Calabria, arroccato in collina, tra la Sila e il mare: le vicende della grande storia li porteranno in Germania, fino alla Berlino ultimo atto, distrutta dai bombardamenti nel 1945. Come ci siano arrivati, quali circostanze, ideali, condizionamenti psicologici, politici, familiari, li abbiano portati lì, è materia di quest’ultimo romanzo di Talarico. Martino Aiello, protagonista/personaggio, nasce (guarda caso) tra Crotone e Strongoli nel luglio del 1919. A nove anni si trasferisce (guarda caso) a Caccuri, ove il padre è stato nominato segretario comunale: «Dalle brezze marine ai malumori invernali della Sila». È proprio l’amore radicale alla propria terra, la confidenza profonda con quella natura e quei cieli, l’affiorare continuo, inevitabile, di paesaggi, tradizioni, usi, cibi, profumi, voci dialettali per dire «iuxta propria verba» l’atmosfera del luogo, il punto più forte e «vero» del libro.

Quell’amore che farà sentire a Martino, dopo tante peregrinazioni e vicissitudini, l’impossibilità di contenere oltre il desiderio di tornare a casa: «Volevo la mia famiglia, i sapori e i colori della mia terra». Dopo quarantadue mesi di assenza, «nella mia testa c’era una sola decisione: quei giorni berlinesi sarebbero stati gli ultimi distanti da casa. Non volevo più sentire ronzare nel cervello la parola lontananza». Tre anni e mezzo prima, il padre di Martino, fascista convinto, lo aveva spinto a partire per il fronte: lui si imbarca per l’Albania, gli amici Tomaso e Giovanni vanno in Germania. Dopo la tragedia dell’8 settembre, una decisione della quale sarebbe stato «orgoglioso per tutta la vita»: nessun compromesso. Martino si lascia catturare e deportare nello Stamlager di Lukenwalde, vicino alla capitale. Poi, la liberazione grazie ai due amici, inservienti nientemeno che di Goebbels, un angoscioso aggirarsi nella Berlino fantasma degli ultimi mesi di guerra, il ritorno, il matrimonio. Ma, fra lui e gli amici, l’ombra oscura di un omicidio, di cui proprio Tomaso e Giovanni sarebbero responsabili.

Cinquant’anni dopo, nell’inverno del 1996, una telefonata da Buenos Aires, promette a Martino di conoscere finalmente la verità. Ma dovrà andare di persona, per quanto ormai anziano, in Argentina, ad affrontare quello che è rimasto di un rapporto d’amicizia tanto fondamentale, a imparare quale dura legge della manchevolezza affettiva abbia mosso l’agire dell’amico più caro. Prima di questo, Talarico ha pubblicato i romanzi «Il due di bastoni» (finalista Premio Tropea e Premio Kriterion città di Avellino) e «L’assenza che volevo», oltre alla raccolta di «Racconti fra Nord e Sud» (Rubbettino). Fra gli organizzatori del Premio Letterario Caccuri, è responsabile della sezione Saggistica.

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