«Noio volevan savuar...» 60 anni fa Quando Totò veniva dalla  Val Brembana
La scena con Totò e Peppino

«Noio volevan savuar...» 60 anni fa
Quando Totò veniva dalla Val Brembana

Totò e la Val Brembana. Sessant’anni fa - era l’estate del 1956 - nelle sale cinematografiche italiane usciva, accompagnato da un successo clamoroso, «Totò, Peppino e la malafemmina» per la regia di Camillo Mastrocinque, forse il film del comico napoletano più visto, quello con una serie infinita di battute, di scene cult che tutti ricordano.

E tra queste, oltre alla celeberrima della lettera che Totò e Peppino scrivono alla «malafemmina» (la fidanzata del loro nipote), l’altrettanto famosa che vede i due fratelli Caponi arrivare in piazza del Duomo a Milano alla ricerca di informazioni sull’indirizzo della ragazza. La scena con il vigile urbano, il «ghisa», è rimasta nella storia del cinema italiano e non solo. E vede citata proprio la Valle Brembana. Totò si rivolge al vigile in un improbabile tedesco: «Excuse me, bitte schön... Noio... volevam... volevàn savuar... l’indiriss... ja». Il vigile: «Se ghè? Bisogna che parliate l’italiano, perché io non vi capisco». Totò: «Complimenti, parla italiano. Bravo!». Il vigile: «Ma scusate, dove vi credevate di essere? Siamo a Milano qua!». Con la chiosa finale: «Ma da dove venite voi, dalla Val Brembana?».

Perché il vigile associa Totò e la Val Brembana? Evidentemente, in quegli anni, gli abitanti della valle non godevano, almeno da parte dei cittadini milanesi, di grande considerazione: montanari, un po’ «bortoli» per citare il personaggio manzoniano, così come appaiono Totò e Peppino al «ghisa». Quel vigile urbano, «generale austriaco» per Totò, era interpretato da Franco Rimoldi, attore scomparso nel 2014 a 93 anni, che in un’intervista ricordò come la scena in piazza Duomo venne ripetuta cinque volte: lui non riusciva a trattenersi dal ridere. Eppure, a un esame più approfondito, probabilmente la collocazione di Totò in Val Brembana non va vista in una chiave di lettura esclusivamente negativa. Per il Nobel Dario Fo il comico napoletano è da considerarsi «l’Arlecchino del ’900», maschera poliglotta e ribelle, che porta con sé i segni della fame e della miseria, del buffone che viene preso in giro ma che, a sua volta, si prende beffa dei potenti. Così è Arlecchino nella Commedia dell’arte, così è Totò sul set cinematografico. E allora, inconsciamente, il vigile milanese aveva proprio ragione: Totò-Arlecchino non poteva che venire dalla Val Brembana.

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