Giovedì 05 Giugno 2003

«Posso parlare?», stasera lo spettacolo del Festival di teatro e handicap

Liberamente ispirato ad «Aspettando Godot» di Samuel Beckett e contaminato dalle suggestioni di frammenti testoriani, «Posso Parlare?» provoca continuamente proiezioni attraverso l’esperienza viva dell’attore nel creare fantasticherie. I pazzi e gli emarginati, i poeti delle strade e tutto il corpo sanguinante dell’umanità sono i veri abitanti della terra desolata in cui la rappresentazione del mondo diventa poesia. E c’è speranza in questa disperazione.

Dramma e conflitto non si svolgono tra i personaggi ma nella loro mente: la voce rappresenta un’entità quasi indipendente dal soggetto, le azioni sono essenziali o spesso ridotte all’ immobilità. Didi e Gogo abitano un tempo infinito, ciclico, costante, in attesa di un futuro gravido del passato: il presente è solo una sospensione ingombrante in cui il sentire dilatato prende corpo attraverso apparizioni, monologhi deliranti e grotteschi che seguono logiche interne personali. Vi è una sottile linea che separa visibile e invisibile, comico e tragico, vitale e mortale, follia e ragione in questi esuli. Esuli solitari che tuttavia vogliono stare insieme in un effimero prezioso, caro perché per poco tempo. Come il teatro. Come la vita.

Dove acquistare i biglietti

Ingressi: Euro 10 - 15

I biglietti sono disponibili presso il Teatro Prova di Bergamo in via S. Giorgio dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 20. Per informazioni, telefonare allo 035/225847.

E’ possibile comprarli anche alla Fondazione Emilia Bosis in via Mentana 15 a Bergamo, da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13. per informazioni, contattare lo 035/315409 (chiedere di Francesca Andreani).

Il calendario degli altri spettacoli presenti alla seconda edizione Festival «Non voglio perdere la maraviglia», dal 20 al 28 giugno

- CORPI BUGIARDI

Variazioni sul tema di Pinocchio

Da un’idea di Giusi Marchesi, produzione del Festival Gruppo Officina Intrecci

Venerdì 20 giugno ore 21, all’Auditorium di piazza della Libertà a Bergamo

Biglietto 5 Euro

«C’era una volta ...un re!» No...

Quale catastrofico inizio: il «c’era una volta» è la strada maestra, il cartello segnaletico, la parola d’ordine d’inizio d’ogni fiaba. E tuttavia, nel caso di Pinocchio, la strada è ingannevole, il cartello mente, la parola è stravolta. Varcata la soglia di quel regno ci si avvede che non esiste il Re. Una frode iniziale di una favola diversa, incompatibile con l’antica terra di fiabe, certificata dall’ aureo cerchio di una corona.

Al suo posto appare un pezzo di legno che capitò - da dove? - per essere lavorato e trasformarsi. Strana è questa nascita del burattino meraviglioso: come se il suo artigiano sapesse e non sapesse a che sta operando, difeso dalla sua consuetudine con il prodigio. Sotto le mani antiche e sapienti del creatore, quel legno bizzarro vive una sua vita, deforme, insolente, mutevole; gli occhi, appena fatti, gli si fanno occhiacci e il naso, il famoso naso impertinente, cresce e, scorciato, ricresce.

Burattino prima e bambino poi, segno di una fisicità incompiuta rispetto al modello, Corpi bugiardi racconta della percezione del corpo proprio e altrui, ora rigido come un pezzo di legno, ora sciolto nella morbidezza della carne e delle articolazioni. Corpi bugiardi perché non sono percepiti nelle proprie estremità, che si muovono inconsapevolmente, che tradiscono la loro funzione, la ingannano. L’origine misteriosa di Pinocchio è un’eredità decisiva. La sua storia è una storia di disobbedienza, che presuppone un errore, una diserzione dalla norma, una condizione patologica. Con il suo corpo bugiardo può attraversare nuovi itinerari svelando, a propria insaputa, menzogne e ambiguità, incontrando personaggi che si fanno ora metafore e ora denunce delle impietose deformazioni che lo circondano.

Il Grillo è attento custode dell’incolumità del burattino, con la gentilezza di chi si prende cura, sfida il modello ossessivo e narcisistico del corpo perfetto, dell’efficienza che risponde ai ritmi stabiliti e riconosciuti dai molti. Il Gatto e la Volpe sono costretti a svelarsi quali maschere ipocrite di una vocazione provvidenziale e altruistica; la Fata, ora buona sorella, ora cattiva madre, si rivela amante del trucco e della trasformazione; il Paese dei Balocchi appare la più grossa menzogna. Una sorta di metropoli senza gioia, abitata da giochi in solitudine, che risuona di rumore, di assenza di dialoghi: il posto dove tutti sono amici ma nessuno si conosce.

E poi il silenzio: il racconto da raccontare è andato oltre così dissolto da non sembrare che possa più essere pronunciato.

- «I MAGNIFICI QUATTRO»

Regia di Mirko Artuso, produzione Bel Teatro

Con Simone Basso, Sergio Bordini, Andreina Bori, Marco Tramontana.

Musiche di Andrea Cipriani

Sabato 21 giugno ore 21, all’Auditorium di piazza della Libertà a Bergamo

Biglietto 5 Euro

Dalle biografie degli attori nasce uno spettacolo comico, surreale, vicino alla testimonianza.

In scena, quattro fratelli si incontrano, come tutti gli anni, il primo giorno di primavera. L’inizio della storia è il loro incontro per un’occasione: l’eredità di un giardino di cui prendersi cura. Con piglio leggero e brillante, senza rinunciare a qualche momento di malinconia, si costruisce un equilibrio fondamentale alla comicità che vive e si nutre di contrasti, equivoci a volte surreali. I Magnifici Quattro è il frutto di una serie di interviste biografiche realizzate nel corso dei laboratori, delle tournée e degli incontri pubblici con gli attori del progetto Teatro&Handicap.

- «MESSAGGERO MUTO»

Coreografia e regia: Virgilio Sieni, produzione Compagnia Danza Virgilio Sieni

Interpretazione e collaborazione: Marina Giovannini, Luisa Cortesi, Elena Giannotti, Samuele Cardini, Michele Simonetti, Virgilio Sieni

Musica originale: Francesco Giorni

Costumi: Gabriella Ciacci

Luci e coordinamento tecnico: Paolo Pollo Rodighiero

Domenica 22 giugno ore 21, all’Auditorium di piazza della Libertà a Bergamo

Biglietto 5 Euro

Lo spettacolo si presenta sotto forma di trittico e approfondisce una condizione anormale e deviante attraverso personaggi d’improbabile identità, dismorfici, che si muovono in uno spazio patologico tra tragedia ed evasione, in bilico tra malattia e diversità, il mutismo, la tristezza e l’inquietudine.

La prima parte nasce con l’intento di indagare il mutismo del danzatore come forma di comunicazione, approfondendo la relazione che intercorre tra lo spazio ed una condizione endemica ed estrema che pervade il corpo danzante. Il mutismo incombe come mancanza di voce e quindi prelude all’urlo, al grido, al boato eclatante e necessario: un suono dalle viscere, proiettato oltre il corpo. Il mutismo spinge verso un rumore impercettibile: scricchiolii che si affannano tra bolle d’aria, che implicano la necessità della sospensione di un movimento che si trasmetta tra le ossa e le articolazioni, creando una narrazione muta, endemica, impercettibilmente malata.

Nella seconda parte ci muoviamo nella gioia. Presenze devianti e solitarie con natura morta come contrappunto: sorta di disposizione nello spazio, quasi a scriverlo e graffiarlo, con intimità. Brevi monologhi danzati che evadono il senso del gruppo e delle geometrie pressanti ricreando una vivibilità dello spazio e una fragilità di confini: Ci troviamo in un luogo inaspettato alla ricerca di uno sguardo verso la tenerezza, tracce d’amore sul volto. Un lavoro sulla solitudine e la tristezza.

La terza parte (da Babbino Caro Pinocchiulus sextet) indaga la dimensione dello spazio partendo dal graffio, lo schiaffo e cicatrice. Quintetto fondato sulla polifonia e le storpiature. Danza frenetica e dinamica di cinque pinocchi alla ricerca di un abbraccio complice.

- «HAMMCLOV»

(FINALE DI PARTITA)

Di e con Max Brembilla e Stefano Mecca, produzione Teatro Prova

Traduzione e riduzione drammaturgica di Stefano Mecca

Luci di Alessandro Andreoli

Lunedì 23 giugno ore 21, all’Auditorium di piazza della Libertà a Bergamo

Biglietto 5 Euro

Il mondo è finito e l’umanità si è estinta. Solo due uomini sono sopravvissuti alla catastrofe: chiusi in una stanza sotterranea, fredda, senza sole; fuori c’è il paesaggio desolato e immobile nel grigio. Hamm, cieco e paralizzato alle gambe, costretto su una sedia a rotelle, per vivere ha bisogno della morfina e del catetere. Da sempre abituato ad essere ubbidito, è incapace di fare qualsiasi cosa senza il servo Clov che, pronto ad ogni suo ordine, tradisce continuamente la sua ansia di libertà. Una dipendenza claustrofobica quella del due personaggi, incatenati alla loro esistenza in cui l’unico spiraglio di luce è quello che entra dalla finestra e il peso della gravità del presente è scandito dalla richiesta ossessiva della medicina. L’assurdo si rivela tragicomicamente nella ripetizione esasperante di un copione quotidiano di certe parole. Parole vuote perché senza effetto: una rappresentazione della condizione umana in modo essenziale e crudele in cui l’unico tentativo di rompere lo schema mortale è il romanzo che Hamm non finisce mai. Anche qui gli esuli di Beckett non ce la fanno a rimanere soli: la malattia dell’esistere, la ferita dell’anima ha bisogno dell’altro, ora specchio e ora ombra, in una relazione malata di dipendenza reciproca, senza vinti, né vincitori.

(05/06/2003)

f.tinaglia

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