Lunedì 05 Dicembre 2005

Yi-Jia Susanne Hou, violinista «fenomenale»

«È assolutamente fenomenale... Uno dei più grandi talenti del nostro tempo». Parola di Yehudi Menuhin, il celebre violinista-direttore statunitense, che ha  definito così  Yi-Jia Susanne Hou. Il pubblico bergamasco avrà la possibilità di ascoltare la violinista canadese per la prima volta, come solista nella Carmen Fantasy di Sarasate. Nonostante non abbia ancora compiuto trent’anni, la Hou si è già guadagnata la considerazione della critica grazie a una tecnica sopraffina e a una grande musicalità.

Da Shanghai, dove lei è nata, al Canada e oggi agli Stati Uniti. Com’è considerata la musica in questi tre Paesi?

«Il Canada sostiene moltissimo le arti, anche dal punto di vista finanziario. Ho appena concluso un tour di dodici concerti sponsorizzato in gran parte dal governo. In Cina la musica è sempre stata un elemento fondamentale dell’educazione. È un fenomeno in continua crescita. Per quanto riguarda gli Stati Uniti posso parlare solo di New York, dove vivo, dove c’è una grande cultura classica e amore per l’arte in generale. Non credo che l’America sostenga gli artisti quanto il Canada ma certamente è un Paese che offre moltissime opportunità».

E il pubblico?

«Ogni pubblico è diverso. È bellissimo poter viaggiare ed esibirsi per le più diverse realtà. Nel Nord America la gente non si limita ad applaudire, ma riserva grandissimo entusiasmo e standing ovation. Nulla di tutto ciò in Giappone, invece, dove però gli applausi sono lunghissimi... Recentemente ho proposto il Concerto di Sibelius a Tokyo e sono stata richiamata sul palco per ben sette volte! In Italia ricordo un pubblico partecipe ed entusiasta. Ma questo dipende anche dal solista, se riesce a regalare qualcosa di sé a chi l’ascolta».

Qual è il concerto che ricorda più volentieri?«Mi vengono in mente due occasioni, una a Parigi e l’altra a Shanghai, dove sono nata. Il primo è stato nella Salle Pleyel per il recital di gala del Concorso internazionale "Long-Thibaud". Suonai Sibelius sotto la direzione di Marek Janowski. Il teatro era esaurito e il concerto veniva trasmesso in diretta tv, radio e Internet. Tutto questo dopo tre settimane di un’estenuante competizione che avevo vinto pur non essendo ancora conosciuta. Inoltre sapevo che quello sarebbe stato il mio ultimo concorso. Fu un momento speciale forse anche per questo. L’altro recital è quello del mio debutto in Cina con il Concerto di Brahms, uno dei miei preferiti».

La performance più difficile?

«Devo dire che per fortuna ho sempre amato esibirmi in pubblico. L’unica volta in cui ho avuto qualche difficoltà è stata quando suonavo con un pianista non troppo ispirato. È una cosa che rende tutto così difficile, specie nel repertorio cameristico in cui è necessario sostenersi l’un l’altro e trarre il giusto "nutrimento" dalla musica. Per fortuna mi è successo soltanto una volta».

Cosa cerca di comunicare quando suona?

«Dipende dalla musica che eseguo. A volte dipingo un quadro o racconto una storia. Altre volte lascio che le emozioni mi portino in un viaggio musicale che a poco a poco coinvolge anche il pubblico. E quando propongo dei ritmi di danza, come nella Carmen Fantasy, voglio che il pubblico danzi con me».

Si ispira a qualche violinista famoso?

«Ammiro Leonid Kogan, David Oistrakh, Fritz Kreisler, Jascha Heifetz e Zino Francescatti. Trovo che siano riusciti ad ottenere un suono assolutamente geniale».

Chi sono i suoi maestri?

«Il primo è stato mio padre, Alec, che mi ha insegnato anche ad amare la musica. Stavamo in piedi fino alle quattro del mattino ad ascoltare dischi... Poi ho studiato a New York con Dorothy DeLay e, alla Juilliard, con Naoko Tanaka e Cho Liang Lin. Ma anche tutti i musicisti con cui suono sono miei maestri».

Quali sono le difficoltà della Carmen Fantasy?

«Il brano di Sarasate è molto complesso dal punto di vista tecnico, ma non parlerei di difficoltà. È così pieno di passione, che quest’ultima trascende ogni altra cosa. Certo, è una composizione che è necessario studiare a lungo in modo da poter lasciarsi trascinare dalla musica, senza però farsi travolgere».

Qual è il suo approccio verso Sarasate?

«In generale, nel compositore spagnolo si trovano molti rimandi al folk e alla danza. Una volta, in Spagna, ho ballato una notte intera per riuscire ad assorbire queste influenze. Ma la Carmen Fantasy deriva dall’opera, così cerco di ricreare tutto il fascino di Bizet».

Lei ha commemorato Sarasate, a Madrid, suonando lo «Stradivari» del musicista iberico. Nel suo disco Fire Ice ha utilizzato un altro «Stradivari» e oggi il Guarneri del Gesù «Ex Heath» del 1729. Quali sono le differenze?

«Lo strumento che preferisco è quello che utilizzo adesso. Risponde a ogni mio movimento in maniera così naturale. I violini sono molto personali, non tutti gli strumenti si adattano al mio modo di suonare, comunque anche lo "Stradivari" che la Juilliard mi aveva messo a disposizione era davvero speciale. Mi ci è voluto quasi un anno per imparare a farlo cantare come volevo. L’altro mio strumento preferito, oggi, purtroppo, non lo posso più utilizzare. È stato il mio primo violino, costruito da mio padre con del legno d’acero bruciato...».

Il grande Yehudi Menuhin ha avuto parole più che lusinghiere per lei. Che cosa ricorda di lui?

«Lo incontrai al concorso che portava il suo nome quando avevo 14 o 15 anni. Arrivai quarta, ma lui avrebbe voluto che fossi io a vincere nella categoria Junior. Così insistette per farmi suonare al concerto dei vincitori. Ero dietro le quinte e stavo leggendo a prima vista l’inizio del Primo Concerto di Wieniawski, uno dei brani più difficili mai scritti. Ero così emozionata quando lo vidi, che mi fermai. Lui mi disse: "Continua, per favore". Io risposi: "Ma non l’ho mai suonato prima". Lui replicò: "Sono sicuro che non è vero... continua". Così suonai tutta la prima pagina e, arrivata in fondo, esclamai: "Davvero, non so cosa c’è scritto dietro". Rise, e mi disse che gli sarebbe piaciuto proporlo insieme nel maggio dello stesso anno. Incoscientemente gli dissi che in maggio sarei stata a casa mia, non certo in Inghilterra».

Quindi non se ne fece nulla...

«Partii e solo sull’aereo raccontai tutto a mio padre, che sobbalzò dalla sedia. La sorpresa fu ascoltare una sua intervista alla radio canadese Cbc qualche mese dopo, in cui parlò così bene di me. Purtroppo al "Long-Thibaud" non poté essere in giuria perché morì poco prima. Al concerto dei premiati incontrai sua figlia, che mi disse: "Mio padre non ti ha mai dimenticato... avrebbe tanto voluto ascoltarti stasera". Non lo scorderò mai».

r.clemente

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