A Bergamo non sei mai davvero solo

A Bergamo non sei mai davvero solo

Questo spazio è dedicato ai lettori che ci scrivono per condividere i loro sentimenti, i progetti in questo momento di isolamento forzato per combattere il coronavirus. Scrivete al nostro indirizzo email: [email protected] oppure attraverso la pagina Facebook de L’Eco di Bergamo.

Diamo spazio, qui e sul giornale, ai lettori che vogliono condividere i sentimenti, i progetti in questo momento di isolamento forzato per combattere il coronavirus. Scrivete al nostro indirizzo email: [email protected] oppure attraverso la pagina Facebook de L’Eco di Bergamo.
Molti ci mandano foto di bambini: è importante che nella mail entrambi i genitori autorizzino, anche indicandolo semplicemente nella email, la pubblicazione dell’immagine.
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Sono tanti i bergamaschi che si trovano all’estero per lavoro, per studio o per una scelta di vita. Anche da loro ci arrivano lettere e messaggi, con i quali ci raccontano come stanno vivendo queste difficili settimane.

Qui Chicago

Sospesi. Tra la nostra terra natale, già flagellata da questo virus, e la nostra terra adottiva che non ha saputo imparare da Bergamo, e inizia a pagarne il prezzo.

Incollati al telefono, aspettando notizie sui nostri cari, familiari e amici che stanno lottando. Sperando di non ricevere mai quella chiamata, quel messaggio, che ieri purtroppo è arrivato...

L’ansia, la paura che vediamo nei volti e sentiamo nella voce dei familiari ci spaventa. Le immagini di Bergamo trasmesse in tutto il mondo, ci angosciano e ci lasciano attoniti. Ci si sente tra emigranti per sapere delle varie famiglie, per rassicurarsi a vicenda.

E nel frattempo cresce la rabbia. La rabbia perché cerchiamo di fare capire alla gente qui, che il virus è già presente. Che l’America non è immune.

Diciamo a tutti di stare a casa, ma i negozi sono ancora pieni. La sanità non è strutturata per assistere le masse. Gli ospedali non sono attrezzati. Già si parla di crisi del sistema sanitario...

Resta la speranza che la situazione nella Bergamasca possa migliorare. La speranza che non riceveremo altre telefonate. Che almeno una parte del cuore sarà più tranquilla, e non dovremo svegliarci nel pieno della notte per leggere messaggi sul telefono...
Lara Leoni

Un articolo dalla prima pagina del Washington Post che parla di Bergamo

Un articolo dalla prima pagina del Washington Post che parla di Bergamo

Sono a Copenaghen, ma metà di me, o forse anche tre quarti, è ri asta a Bergamo.

Qui hanno chiuso scuole, negozi e serrato i ranghi, da poco. I danesi rispondono ordinatamente alle limitazioni, senza trasgredire. Tutto procede ordinatamente. La spesa si fa on line, e non è difficile stare a debita distanza. Una passeggiata si può fare. Le giornate si allungano e la primavera si affaccia alla porta.

Eppure tutto sembra surreale. E nella testa Bergamo: casa mia in fiamme, il mio posto sicuro non c’è più.

Le ambulanze. La fila dei carri mortuari per via Borgo Palazzo. Gli appelli degli operatori sanitari. Ogni giorno un calvario, che ti entra in corpo anche se non sei malato, anche se a Bergamo tu non ci sei. Però...

Però da questa prospettiva si vede anche altro. Stefano e Pietro che con la Cooperativa sociale Maite di Città alta, organizzano un sistema di volontari per portare la spesa a casa a chi non può uscire. Franca che in Val Seriana crea una rete per mettere a disposizione appartamenti sfitti a medici e infermieri. Anita che a Treviolo decide di chiudere la sua fabbrica per tenere al sicuro i suoi dipendenti.

E ancora Lorena che con altre trenta donne di Clusone si inventa di tagliare e cucire mascherine. Mauro che fa i turni di notte in terapia intensiva, si ammala e va in quarantena, ma una volta guarito vuole tornare in corsia. E Laura che dalla terapia intensiva chiama la nipote della signora Marta, poco prima che se ne vada e permette così a nonna e nipote di darsi un ultimo saluto.

E poi i vicini di casa che si organizzano per portare a chi ha bisogno pane, giornale, medicine. I tifosi dell’Atalanta che devolvono i loro biglietti per la trasferta di Valencia al Papa Giovanni. Gli alpini che in una settimana costruiscono un ospedale da campo. Gli infermieri sfiniti che da un ospedale senza risorse e medici, accompagnano alla morte con una carezza e una preghiera per ciascuno.

Questa è Bergamo.

Questi sono gli anticorpi. La nostra coesione sociale. Quella coesione che se sei cresciuto a Bergamo conosci molto bene. Quella coesione che rende Bergamo ancora un posto sicuro. Perché a Bergamo non sei mai veramente solo. Siamo una comunità, un corpo unico che consola e abbraccia, combatte e dà speranza.

Siamo una comunità prima di tutto, a discapito di chi ancora tra noi ci pensa come ingranaggi della macchina del capitale.

Siamo una comunità e solo il nostro esserlo fino in fondo ci salverà.
Carmen Pellegrinelli


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