L’ecosistema è in agonia ma Trump torna al carbone

L’ecosistema è in agonia
ma Trump torna al carbone

L’ecosistema bergamasco è in agonia per la carenza di acqua. Affidarsi al proverbio «Aprile acqua a barile» non ha più senso. È come credere che la danza della pioggia degli indiani d’America possa arrecare qualche effetto. Il regime delle piogge è irrimediabilmente cambiato. Viviamo ormai, almeno da quindici anni, nell’era dell’estremizzazione del clima. La causa è la maggior energia presente nell’atmosfera, dovuta ai gas serra emessi dalle attività umane, che forniscono carburante aggiuntivo per tutti i fenomeni atmosferici.

Così diventano più frequenti i periodi con alta pressione stabile e insistente, capace di scatenare siccità e grande caldo ma, al contempo, anche i temporali violenti e le perturbazioni intense, per cui, quando la pioggia arriva, è spesso molto forte e abbondante e genera nubifragi e alluvioni.

Gli accordi di Parigi del 2015 vorrebbero tagliare le emissioni di CO2, i gas serra che alterano il clima, per mitigare il riscaldamento globale ed evitare cambiamenti pericolosi per il futuro stesso dell’umanità.

È, quindi, una pessima notizia che Trump abbia annullato le leggi di Obama a protezione del clima, annunciando trionfante: «Finisce la guerra al carbone». Per nostra fortuna, l’industria Usa è più assennata di Trump, perché ha già stanziato miliardi di dollari di investimenti, per finanziare il passaggio dall’energia responsabile dell’emissione di gas serra a quella fotovoltaica ed eolica. Il «Clean Power Plan» di Obama era stato pensato per ridurre entro il 2030 i livelli di emissioni del 32 per cento, rispetto a quelli del 2005, mentre gli eventuali benefici si potrebbero percepire solo nell’arco di ulteriori decenni.

Tra l’altro, Trump giustifica il provvedimento con l’obiettivo di promuovere l’indipendenza energetica degli Stati Uniti e rivitalizzare l’industria locale del carbone, ricreando migliaia di posti di lavoro scomparsi negli ultimi anni. Peccato che i vecchi impianti, in cui è impiegato il carbone, useranno, in futuro, un numero sempre maggiore di macchine e minore di uomini. Robert Godby, economista dell’Università del Wyoming, ha osservato: «Non assumeranno nuove persone. Anche se vedremo un aumento nella produzione del carbone, ci sarà una diminuzione dei posti di lavoro». Con l’«Energy Independence Order» la nuova Amministrazione toglie ogni restrizione alle emissioni di CO2 e riconferisce la libertà di trivellare ovunque. Un addio implicito agli accordi di Parigi. La riduzione delle emissioni di CO2 da parte delle centrali era essenziale, perché gli Stati Uniti rispettassero gli impegni presi con la comunità internazionale. Il repentino cambiamento di rotta avviene nonostante gli scienziati della Nasa, della Columbia University e della Cornell University abbiano dimostrato, in un rapporto pubblicato sulla rivista specializzata «Science Advances», come l’Ovest degli Stati Uniti sarà colpito, nella seconda metà del secolo, da una siccità epocale, destinata a durare almeno 35 anni. Una vera e propria catastrofe, che si ripercuoterà, inevitabilmente, sulla vivibilità di tutta l’area, per la carenza di acqua e per gli effetti sull’ecosistema e l’agricoltura.

La nuova politica ambientale americana avrà conseguenze anche al di fuori degli Stati Uniti, non solo perché l’inquinamento prodotto in America colpisce il resto del mondo, ma perché Paesi come Cina e India potrebbero decidere di non rispettare gli impegni presi con gli accordi, visto che gli Stati Uniti non li onorano. Potrebbe anche succedere, però, che la Cina, dove l’attenzione per i problemi ambientali sta crescendo, decida di porsi come leader mondiale della lotta al cambiamento climatico. E Trump regalerebbe così alla Cina un ruolo politico inatteso, quello della maggiore potenza economica rimasta fedele agli accordi di Parigi. Un clamoroso autogol.

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