Natura primitiva
e luoghi magici

KHOVD (MONGOLIA) La Mongolia è uno spettacolo di natura primitiva che non ha molti rivali al mondo, la Panda è con un paio di sospensioni nuove, io sono con un amico in meno, Marco Carrara, che giovedì 20 agosto ha dovuto rocambolescamente affittare una jeep russa con autista per arrivare sabato mattina a Ulaanbaatar in tempo per il volo di rientro, e continuerò il Mongol Rally con un diciottenne mongolo, Tugsuu, che si è offerto di darmi una mano nel non perdere la bussola guidando sulle piste sterrate. Ho il rientro il 25 agosto e in quattro giorni, sono di nuovo in partenza venerdì 21, potrei percorrere i 1.450 km che mi separano dall’ormai agognato traguardo nella capitale, ma vedrò di spostare il volo di un paio di giorni per eventuali emergenze e per sistemare le pratiche burocratiche relative alla donazione dell’auto. Mercoledì 19 ci siamo immersi nella prima, vera tappa mongola e io sono rimasto senza fiato. Amo i deserti, le montagne innevate, i cieli stellati in spazi infiniti, scorci di mondo in cui sono piccolo e solo con l’immenso, e la Mongolia per me è un paradiso. Come l’Ayers Rock nel cuore dell’Australia o il salar de Uyuni in Bolivia, pezzi del pianera Terra che sento miei. Io mi sento a casa dappertutto, ma ci sono siti assolutamente magici che mi ipnotizzano.

Più che le parole parlano le fotografie. In 250 km abbiamo percorso, in un contesto desertico, piste sabbiose e rocciose, guadato fiumiciattoli, calpestato la neve a 2.700 metri, ammirato montagne tornite dal tempo e montagne totalmente imbiancate della catena dell’Altai, laghi blu su sfondi mozzafiato, valli estese e una civettuola moschea (la Mongolia è buddista, ma c’è anche l’islamismo) e abbiamo incrociato pastori solitari, cavalieri timidi, anziane sdentate, camionisti spavaldi e domatori di aquile reali. Anche un bambino che ha lanciato un sasso contro la Panda, anche una ragazza che voleva la piccola Fiat e ha scritto sul telefonino (il gsm funziona) la cifra per lei giusta: 300 dollari. Un chilometro prima di vedere Khovd, sarebbe stato sufficiente scollinare, diverse yurte sparse nella valle alla nostra sinistra ci hanno ingannato, abbiamo pensato che la città fosse lì e così ci siamo tuffati nella discesa. Clamoroso errore, era soltanto un villaggio.

Ci ha pensato il conducente di un camion, che trasportava erba mista a persone, a indicarci dove fosse la pista che avevamo stoltamente abbandonato. All’improvviso un cartello: una base del Mongol Rally con punto di ristoro, yurte in cui dormire e assistenza meccanica. Sembrava un sogno, ci siamo fermati e abbiamo subito scoperto che in realtà era un campeggio di un privato, abile a sfruttare il richiamo del rally. Comunque, no problem, anche perché Gankhuyag, titolare della Hovd Tour, si è rivelato un supporto fondamentale. Lì a riposarsi c’erano due team italiani che avevamo già visto, ma solo stavolta ci siamo accorti che le loro due auto, una Panda e una jeep Suzuki 1.000, sono targate Bergamo. Le hanno comprate nella nostra città. Durante la mattinata avevamo compreso che la sospensione posteriore destra, quella saldata sul Pamir, che già da un paio di giorni perdeva olio, era definitivamente ko. Il meccanico l’ha confermato smontandola: è probabilmente morta dopo essere stata centrata da un grosso sasso. Colpo di fortuna, in un negozio di autoricambi c’erano sospensioni adattabili alla Panda: identica lunghezza, solo diametro più grande e minor escursione. Così le abbiamo sostituite ambedue pagando l’equivalente di 40 euro. Potevamo continuare. Invece no. Marco Carrara, che aveva il volo sabato, si era informato per vedere se era possibile rientrare in Italia domenica (lunedì deve lavorare, nessuna alternativa), così avremmo avuto tre giorni per arrivare a Ulaanbaatar con la Panda. In meno tempo è impossibile macinare con un’utilitaria 1.450 km su strade quasi tutte sterrate e senza la minima conoscenza della Mongolia. Sarebbe stata una pazzia guidare di notte. Purtroppo l’Aeroflot domenica non ha voli da Ulaanbaatar. Abbiamo tentato giovedì mattina di puntare su Air China, ma sull’Ulaanbaatar-Pechino c’era la lista d’attesa. Ci siamo dovuti arrendere, ma il colmo è stato che non c’era posto nemmeno sul Khovd-Ulaanbaatar di venerdì (giovedì non decolla), cosicché per non perdere il volo di sabato l’unica soluzione è stata affittare, dopo molte contrattazioni, una jeep russa con autista mongolo che in 30-32 ore volerà su terra a Ulaanbaatar per la modica cifra di 800 dollari (300 li ha pagati una coppia di israeliani che si è aggregata). Abbracci e qualche lacrimuccia: Marco «Jack» è stato davvero un amico e un compagno di viaggio formidabile.

Ma io non sono solo. Tugsuu è uno studente in vacanza ed è stato lui a lanciare l’idea. Parla poco l’inglese, però ci intenderemo. Con il trascorrere delle ore, il camping è stato invaso da una ventina di team italiani e inglesi che erano rimasti bloccati al confine mongolo. C’è chi ha atteso addirittura tre giorni, c’è stata una ribellione con occupazione simbolica della frontiera, finché mercoledì sera le autorità mongole hanno concesso il via libera ma soltanto dopo il pagamento di una tassa di 17 dollari per auto e trattenendo comunque il libretto originale che verrà inviato tra qualche giorno a Ulaanbaatar. Non s’è fermato qui quasi nessun team, nemmeno due intrepidi motociclisti inglesi, tra cui una donna: ormai prevale il desiderio di arrivare. Un po’ anche per me, anche se non vedo l’ora di scoprire più Mongolia possibile.

Marco Sanfilippo

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