«Dopo Johnson e Draghi?» Un’Italia che affonda fa la felicità del Cremlino

La Russia ringrazia. Al Cremlino brindano alla crisi di governo italiana. È una delle ragguardevoli conseguenze dei mal di pancia e delle convulsioni dei Cinque Stelle che hanno portato Draghi al Quirinale. Con un sarcastico post su Telegram l’ex presidente della Federazione russa nonché attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza ha ironizzato sulla crisi: «Boris Johnson. Mario Draghi, chi è il prossimo?».

Il nostro premier era stato il più determinato nel condannare l’invasione russa dell’Ucraina e nel sostenere i diritti di un popolo, auspicandone l’entrata nell’Unione europea. Dunque le sue difficoltà sono le gioia di Medvedev, specializzato in attacchi all’Occidente. Nei giorni scorsi l’ex numero 2 di Putin aveva già stappato una bottiglia di vodka ironizzando sul premier britannico in difficoltà per le note vicende: «I migliori amici dell’Ucraina se ne vanno. Il primo è andato…». E ancora, riferendosi alle missioni dell’Unione in Ucraina: «Agli europei grandi mangiatori di rane, salsicce e spaghetti piace visitare Kiev».Pare che gli sfottò se non le vere e proprie dichiarazioni di odio di Medvedev, specializzato in attacchi all’Occidente, affondino nel tentativo di riposizionarsi alla corte dello zar Putin. Fatto sta che gli abbiamo fornito un ottimo pretesto. Tra l’altro quella di Draghi rappresenta la profezia dello stesso Vladimir Putin che si avvera. Intervenendo a fine giugno al Forum di San Pietroburgo, il leader del Cremlino aveva previsto che divisioni nelle società occidentali causate dal contraccolpo delle sanzioni varate in risposta all’offensiva russa in Ucraina avrebbero portato «a un’ondata di populismo e crescita di movimenti estremi e radicali, a gravi cambiamenti socio-economici, al degrado e, nel prossimo futuro, a un cambiamento delle élite». È quello che Mosca si aspetta. Ed eccoci qui, grazie all’incredibile spettacolo offerto dai senatori Cinque Stelle, per non parlare dei suoi ministri e sottosegretari, caso unico di membri della presidenza del Consiglio che si astengono dal voto di fiducia (in pratica si astengono su sé stessi) e poi rimangono al governo. O dei senatori che non votano ma restano in aula «perché vogliamo dimostrare che noi non siamo contro il governo». Per non parlare dell’interessante e tormentato dibattito dei giorni scorsi sull’invio di armi a un Paese invaso, contemplato dalla nostra Costituzione, con le creative alternative suggerite dai senatori di Giuseppe Conte. Tra questi citiamo il contributo della vice vicaria di Conte, Paola Taverna, anch’ella favorevole a una risoluzione per dire basta armi all’Ucraina, «dopodiché, saremo sempre aderenti rispetto alle decisioni che si prenderanno al Consiglio europeo». Quindi l’idea è che la risoluzione impegna il governo, ma se poi torna da Bruxelles in senso contrario va bene lo stesso. Ma la palma d’oro va sempre al senatore palermitano dei Cinque Stelle Stanislao Di Piazza, che si è detto favorevole all’invio di aiuti, ma sotto forma non di cannoni o altre armi difensive per fermare i carrarmati russi ma di «corpetti antiproiettile e pigiami». Del resto è noto che Zelensky ha bisogno di maglieria intima per difendersi dall’impero russo. È strano che tra i Cinque Stelle, dopo aver aperto con grande senso di responsabilità una crisi di governo con un’inflazione all’8 per cento, una pandemia allo stato parossistico, una ripresa che stenta a decollare e una guerra alle porte dell’Europa, qualcuno non abbia ipotizzato la sostituzione di Draghi con Medvedev. Ma da qui a mercoledì c’è tempo per nuove proposte. «Odio gli occidentali, voglio farli sparire», aveva postato Medvedev qualche settimana fa. Non si preoccupi caro vicepresidente della federazione russa, ci pensiamo già noi da soli.

© RIPRODUZIONE RISERVATA