Transizione verde, il rischio importazioni

MONDO. Due anni fa, di questi tempi, l’invasione russa dell’Ucraina era ancora di là da venire, eppure le quotazioni del gas in Europa cominciavano già a salire.

Mosca aveva appena iniziato a manipolare le forniture di energia per accrescere la pressione sulle nostre economie. Dopo qualche settimana, divenne evidente a tutti fino a che punto fossimo «dipendenti» dagli approvvigionamenti russi, e ancora oggi - vedi l’alta inflazione - paghiamo ogni giorno il prezzo di quell’abbraccio quasi mortale. Il peggio dal punto di vista energetico sembra passato, ma resta opportuno chiedersi: come è possibile che noi europei ci fossimo ridotti in una posizione di sudditanza energetica? Gli storici ci diranno quali sono le spiegazioni politiche e diplomatiche più verosimili. È indubbio però che molti Paesi europei innanzitutto optarono per il gas perché ritenuto meno inquinante di altre fonti fossili oltre che politicamente meno sensibile dell’energia nucleare, e preferirono il gas russo perché nell’immediato era più conveniente di quello di altri Paesi. In assenza di riflessioni ponderate su sicurezza energetica e variabili geopolitiche in campo, dunque, pesarono - più del dovuto - ragioni ideali ed economiche di corto respiro. Considerati i costi davvero elevati di quella «leggerezza», sarebbe saggio non ricadere in un errore simile durante la transizione ecologica.

La decarbonizzazione dell’economia europea è senza dubbio un obiettivo da perseguire. Tuttavia voler ridurre le emissioni nocive nel modo più rapido e meno costoso possibile, ad oggi, ci colloca in cima a un piano inclinato che rischia di renderci di nuovo dipendenti da un unico grande fornitore di energia, o meglio di tecnologia per l’energia, che stavolta si chiama Cina e non Russia. Secondo un recente rapporto di Bruegel institute e Natixis, il territorio cinese, innanzitutto, è ricco di risorse minerarie utilizzatissime in tutto il settore del «clean-tech», cioè della tecnologia pulita: nell’ex Impero celeste si estrae il 65% della grafite naturale di tutto il pianeta e il 66% dei cosiddetti «metalli rari». Per quanto riguarda questi ultimi, Pechino gioca un ruolo primario anche nella fase di raffinazione degli stessi, con una quota di mercato pari all’85% del totale. Merito di accordi privilegiati con Paesi limitrofi e Stati dell’Africa o del Sud America, ma anche del fatto che mentre per molti anni Stati Uniti e Paesi europei hanno salutato positivamente la «delocalizzazione» di processi produttivi ritenuti dannosi dal punto di vista ambientale, la Cina invece ha ritenuto strategico costruire il proprio primato nel settore della raffinazione di materie prime tanto cruciali.

Lo scorso anno, inoltre, il 96% delle importazioni europee di pannelli solari proveniva dalla Cina. Se gli scambi bilaterali tra Ue e Cina per tutti i componenti che riguardano il fotovoltaico hanno raggiunto un valore di 25,3 miliardi di euro, l’Ue risulta direttamente «responsabile» solo per il 5% del valore. Sempre la Cina detiene il 60% del mercato mondiale delle batterie agli ioni di litio e l’82% di quelle importate dall’Ue nel 2022 arrivava dalla Repubblica popolare. Per le turbine eoliche la situazione è più equilibrata nella maggior parte delle componenti, ma non in tutti i casi, visto che il 91% delle importazioni Ue di magneti permanenti nel 2022 proveniva dalla Cina. L’espansione del Dragone, infine, si registra anche nel campo della ricerca: nel 2010, dati della Commissione di Bruxelles, l’Ue era prima al mondo per numero di pubblicazioni scientifiche riguardo le principali tecnologie pulite (solare, batterie agli ioni di litio, pompe di calore, cattura e stoccaggio di CO2) eccezion fatta per l’eolico dove primeggiava la Cina; quest’ultima nel 2021 ha scalzato l’Ue e gli Stati Uniti diventando prima per numero di pubblicazioni scientifiche in tutti gli ambiti appena citati.

Alla luce di questi fatti, lanciarsi nella transizione verde sulla base di calcoli puramente economicistici e di breve termine equivarrebbe dunque ad «appaltare» buona parte della transizione a tecnologie e aziende «made in China». Ci ritroveremmo presto in una posizione di sudditanza energetica e tecnologica tutt’altro che consigliabile, i cui costi potrebbero esplodere nel medio-lungo periodo. Percorsi meno rischiosi esistono, sarà bene cominciare a valutarli.

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