«Ricordare i nostri defunti aiuta a vivere con intensità»

LA RIFLESSIONE. Padre Nunzio Conti, cappellano del Cimitero: «Il dolore svela la parte più profonda e preziosa dell’umano. L’esperienza della morte ci deve far appassionare al dono grande della vita».

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Il passo rallenta, il respiro si calma. Nell’avvicinarsi della Solennità di Tutti i Santi e dei Defunti, la città dei vivi incontra la città dei morti, in un abbraccio che riannoda i fili del tempo, rinfocola la memoria. Un ritorno. Come quello che ha riportato qui Padre Nunzio Conti, 67 anni, originario di Pontida, da settembre Cappellano del Cimitero Monumentale.

«Lo ero già stato dal 2003 al 2011 – ricorda –, è un ritorno voluto, sereno». Ringrazia chi lo ha preceduto (padre Marco Bergamelli, chiamato a un nuovo compito nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Brescia) e chi lo affianca (Padre Mario Cortinovis).

Sorride a chi gli fa notare che il cimitero è un posto particolare dove stare. «È una realtà intensa e profonda, ma avevo un bel ricordo di questa esperienza, come di tutte le altre che ho fatto. Molto dipende anche da noi stessi, da come ci predisponiamo alle proposte che la vita ci riserva», racconta. Tornare qui dopo 15 anni per lui significa «ritrovare la bellezza inalterata di questo luogo con la sacralità che lo avvolge, incontrare “il mondo degli uomini e di Dio”, i volti conosciuti, come il vuoto di chi mi era accanto e ora è già nel cuore del Padre».

L’«aspetto umano»

Più di tutto, però, nel ritorno conta l’«aspetto umano». Perché la morte parla soprattutto della vita, delle nostre relazioni. Non vuol dire non sentire lo strappo, non avvertire l’assenza, ma sapere che la morte fa parte della vita. «Qui l’umano si mostra senza filtri, senza maschere: il dolore svela e rivela la parte più profonda e preziosa che ci appartiene», dice Padre Nunzio, che è pronto ad accoglierla nell’«ascolto» e nello «stare accanto».

«Per i funerali – spiega il frate Cappuccino – il desiderio è che ci sia un incontro prima con i parenti, il momento più fruttuoso per loro e per me per non celebrare qualcosa di anonimo, ma davvero figurarmi la realtà della persona che stiamo accompagnando al Signore. Questi momenti sono i più profondi perché la persona che hai davanti a un certo punto si apre, si racconta ed escono spesso cose che non erano mai state dette».

Un’occasione di riconciliazione

«Si può fare memoria del buono e del bello o riappacificarsi in un perdono prima neppure considerato. Si può piangere per alcune verità e tensioni, a volte tenute nascoste. L’incontro può quindi diventare occasione per un respiro più grande, per salutare il defunto non con la rabbia ma con la riconsiderazione di una vita vissuta».

Spesso le parole non servono: «Non sono tanto quelle che donano speranza, quanto ascoltare e insieme stare in ascolto anche del silenzio, stare lì accanto al bisogno del fratello». Padre Nunzio cita una frase che San Francesco rivolse ai suoi frati- «Predicate il Vangelo e, se necessario, anche con le parole» - per rimarcare «il valore primario della relazione, rispetto alla sola enunciazione verbale».

Una visita alla tomba, una preghiera, un fiore, una candela, è la «fiammella» di un legame che il trapasso non spegne. Anche le persone che ormai vivono lontane tornano per un gesto di cura. La stessa natura che si tinge d’autunno invita alla quiete, al raccoglimento. Ad alzare lo sguardo.

«Vedo le situazioni più varie – ammette il Cappellano –, incontrando anche persone che non hanno fede e che non hanno più contatto con la Chiesa: magari il parente o il genitore a Messa ci andava, ma loro no. Eppure colgo che l’annuncio cristiano comunque interessa, l’annuncio di Gesù che ha promesso una vita buona e bella “Oltre” non scivola via, di fronte al Mistero ci si lascia provocare. Davanti al dolore e alla morte perdiamo tutte le nostre certezze e andiamo alla ricerca della verità forse “misteriosa” che desideriamo».

«Essere pronti»

La fede dice che la realtà della morte non è «la fine di tutto ma davvero la speranza di Altro». Una prospettiva che apre un orizzonte più ampio, che non sminuisce il limite umano, anzi lo valorizza. «Alla fine delle mie omelie quasi sempre ricordo questa frase: “Siate pronti e vigilanti”, per dire che bisogna vivere bene la nostra vita – riflette Padre Nunzio –. L’esperienza della morte, della morte di una persona cara, infatti, ci costringe non tanto a temere la morte, ad averne paura o ad aspettarla, tanto arriverà sicuramente, non siamo eterni. Ma ad appassionarci a quel dono grande della vita che ci è stato fatto e a saperlo vivere con intensità».

Il siate pronti significa «esserci», in famiglia, nel lavoro, nei contesti in cui siamo chiamati a stare. «Ma esserci nella realtà e nelle scelte quotidiane non è scontato», osserva, con un esempio: «Anche nell’esperienza più bella, che è quella dell’amore, chissà perché ci si innamora e poi non si vive più da innamorati: si perde la cura, si perde l’attenzione, la voglia anche semplicemente di parlarsi e guardarsi negli occhio. “Siate pronti” è quindi un po’ un richiamo a fare nostra questa carica di vita che ci appartiene e che va vissuta bene».

Nella consapevolezza che «ogni persona che ci lascia porta con sé una bellezza particolare, anche dentro i “casini” o i disastri della vita. Un rispetto enorme per il vissuto luminoso o fragile di ciascuno».

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