1884: Città Alta messa in ginocchio dal colera

La ricerca Nei «Quaderni» di Archivio Bergamasco la descrizione dei quartieri del centro: dalla pessime condizioni dell’acqua alle case in gran parte inabitabili.

Latrine «preadamitiche», case in gran parte «inabitabili», scarsità e pessima qualità igienica dell’acqua, assenza di fognature, edifici sporchi e cadenti, densità abitativa tipo falansterio o alveare, bestie macellate nella via principale di Città Alta, con il sangue che inonda i marciapiedi… Nei «Quaderni» 14/15 (2020-2021), appena pubblicati, di Archivio Bergamasco, notevole contributo è quello di Alessandro Angelo Persico: «Il colera a Bergamo nel 1884». Una ricerca di prima mano, in cui lo spoglio dei giornali di allora, «L’Eco di Bergamo» in testa, è la fonte prima e più rilevante. E proprio le testimonianze dei giornali sono rivelatrici di condizioni di arretratezza, o «depressione», in varie zone della Città Alta come della provincia, allora prevalentemente agricola, oggi difficilmente credibili.

I quotidiani del tempo

I principali quotidiani locali del tempo (oltre a «L’Eco», la «Gazzetta Provinciale di Bergamo»), da una parte pubblicarono decreti e provvedimenti prefettizi e comunali, dall’altra diedero spazio alle segnalazioni dei lettori. Ne esce un formidabile spaccato della vita quotidiana nella Bergamo fin de siècle, con aspetti anche non proprio scintillanti. I lettori segnalavano, per esempio, «i depositi di immondizie, come in via Zambonate»; alcuni inconvenienti causati dalla disinfezione, come le «fontane in via Fara la cui acqua odorava di cloruro e acido fenico, ennesima dimostrazione di quanto la rete idrica di Città Alta fosse fatiscente e piena di infiltrazioni»; «lo sconcio della macellazione privata in via Gombito, dove gli animali venivano uccisi e lavorati nelle botteghe “sotto gli occhi di tutti e spesse volte inondando di sangue i marciapiedi delle vie», come si legge su «L’Eco» dell’8/9 luglio 1884.

Le stringenti necessità igieniche sollecitavano controlli più stretti sulle abitazioni, ed anche qui emerge un quadro piuttosto misero, in particolare di una Città Alta lontanissima da quella zona «prestigiosa», «da ricchi», che è oggi

Negli «Atti» di un Consiglio comunale dell’anno precedente, in vista di una possibile epidemia di colera, si stigmatizzava anche «l’uso della fontana di san Pancrazio per lavare carni e interiora». Le stringenti necessità igieniche sollecitavano controlli più stretti sulle abitazioni, ed anche qui emerge un quadro piuttosto misero, in particolare di una Città Alta lontanissima da quella zona «prestigiosa», «da ricchi», che è oggi. Alcuni tenevano «letame nell’abitato». Altri, attesta «L’Eco», avevano «latrine preadamitiche».

I quartieri

Molte abitazioni, per l’acqua, attingevano dai pozzi; interi quartieri, come san Lorenzo, «erano in piena decadenza», le case risultavano «quasi tutte inabitabili». In molti paesi, poi, si segnalavano «penuria e scarsa qualità dell’acqua», fabbricati «luridi e decadenti», «completa assenza di fognature», case coloniche con «densità abitative oltre l’umana decenza»;

talvolta, persino, la mancanza del camposanto, dove far riposare le povere vittime dell’epidemia. Quanto a quest’ultima, ricorrono, fatalmente, suggestive coincidenze con la pandemia tuttora in corso. Anche allora, per esempio, si ricorse a un lessico militaresco, con la stampa che spronava alla battaglia, e incitava a serrare i ranghi contro il «nemico». Il morbo veniva dalla Francia e, anche allora, si rivelò «utopico» arginarne la diffusione: specie perché i lavoratori stagionali italiani in Francia, fra cui molti bergamaschi, volevano rimpatriare. Nonostante i provvedimenti cautelativi adottati da sindaco e Giunta, «come altre volte in passato», la provincia di Bergamo fu «verosimilmente il centro di disseminazione del colera in tutta la Lombardia».

Altro contributo di notevole interesse è quello del presidente di Archivio Bergamasco, Matteo Rabaglio: «Alle 10 si cominciò a suonare la messa grande». Un saggio che prende le mosse da due lettere ai «Cari genitori» e una curiosa rievocazione della conquista del Monte Cimone, nel luglio del 1916, dall’incolta e sgrammaticata penna del soldato Giovanni, 154° Fanteria, «forse di Vall’Alta», certo fervidamente «devoto alla Madonna di Altino». Documenti preziosi, custoditi in un archivio privato, che testimoniano la guerra dei poveri, degli illetterati,

degli involontari. La durezza concreta, tremenda, delle loro giornate, non illuminata, come per gli irredentisti, gli interventisti, i patrioti colti, da alcuno slancio idealistico: «Nemmeno le capre ci potrebero stare qui. Dal giorno 22 si vive a solo galette e scatolette, l’acqua la attendiamo dal cielo, dormire un po’ in ginocchio e un po’ seduti. Eppure sono tranquillo pensando di essere stato salvo in quel terribile conbattimento più di sassi che di fuochi. Speriamo che almeno mi levino presto da questo calvario…».

Uno dei pregi del saggio è mettere in relazione, per analogia o contrasto, gli scritti del povero Giovanni con altre fra le molte e varie testimonianze dai fronti della Grande guerra. Per esempio, il combattimento «più di sassi che di fuochi» trova riscontro nelle memorie del giornalista Luigi Barzini (senior): «Frantumi di acciaio e di pietre ricadevano dal ciglione […] ogni cannonata faceva crollare macigni…». Un doveroso omaggio alle sofferenze e privazioni patite dalle centinaia di migliaia di Giovanni reclutati in tutto lo Stivale, partiti senza nemmeno capire perché, e troppe volte non più tornati.

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