Bergamo Tv, 50 anni fa il primo segnale e nelle case inizia la prima serata di tre ore

L’ANNIVERSARIO. Il 15 settembre del 1976, alle 20.15, il via alle trasmissioni dalla Maresana e San Vigilio. Poi tante innovazioni: dall’era delle telecamere pesanti e delle videocassette alle dirette con lo smartphone.

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C’erano antenne nuove sui tetti, fili, apparecchiature da testare e una televisione che per la prima volta iniziava a uscire dai confini della Rai. Nelle case arrivavano segnali diversi, ancora incerti, e dietro quegli schermi qualcuno stava imparando un mestiere che fino ad allora, fuori dalla televisione pubblica, praticamente non esisteva. Era il 1976 e anche a Bergamo una nuova emittente stava prendendo forma. Cominciava una stagione destinata a cambiare per sempre il modo di fare e di guardare la televisione.

Le prime trasmissioni

L’idea di portare l’immagine in movimento dove fino ad allora c’era stata soprattutto la fotografia si traduce, alla Celadina, negli spazi del Foto Studio Flash di Gianni Colleoni in via Mario Flores. Ma per arrivare sullo schermo non basta avere qualcosa da raccontare: bisogna mettere insieme uomini, apparecchiature, una sede, un sistema per trasmettere. Bisogna, in sostanza, imparare a fare televisione. Il 15 settembre, alle 20.15 – cinquant’anni fa come oggi – quel lavoro arriva finalmente sullo schermo. Dalla Maresana e da San Vigilio parte il segnale di Tele Bergamo, il primo nome di quella che ben presto diventerà Bergamo Tv. Nelle case che riescono a riceverlo comincia una prima serata di circa tre ore. Ci sono già due cose che resteranno a lungo al centro della sua identità: le notizie e l’Atalanta. Attorno, il resto del palinsesto di quei primi giorni: film, cortometraggi, musica, documentari, incontri, dibattiti, servizi. E una sigla disegnata da Bruno Bozzetto ad aprire e chiudere le trasmissioni. Per chi la fa, però, quella televisione è soprattutto una questione di tecnica. Le telecamere sono pesanti, i videoregistratori occupano spazio, le immagini passano attraverso nastri e apparecchiature che devono essere collegate, regolate, controllate. Gli studi sono grandi e alti, le lampade incandescenti scaldano l’ambiente, la regia è una stanza piena di strumenti e di persone. Se qualcosa non funziona, non c’è un file da riaprire o un computer da riavviare: bisogna capire dove sta il problema e trovare il modo di andare avanti. I primi tecnici imparano così. In parte prendono quello che sanno dalla fotografia, dall’elettronica, dalla pratica quotidiana, in parte se lo inventano. La televisione privata, fuori dalla Rai, è ancora un mestiere nuovo. E proprio da quella prima generazione nasce un patrimonio di esperienza che negli anni passerà a chi arriverà dopo.

L’evoluzione dietro le quinte

È una delle storie meno visibili dei 50 anni di Bergamo Tv, ma forse una delle più importanti: mentre davanti alle telecamere cambiano i programmi e i volti, dietro le telecamere cambia continuamente il modo di lavorare. Le cassette diventano file, i videoregistratori lasciano spazio ai computer, le regie si alleggeriscono, la grafica diventa parte integrante della produzione. Gli studi non hanno più bisogno degli spazi di un tempo: le luci a led prendono il posto di quelle incandescenti e gli studi virtuali permettono di costruire scenografie e ambienti anche in pochi metri quadrati. A Palazzo Rezzara, nel cuore dell’informazione bergamasca – dove la tv è approdata nel 2013 – la produzione può stare dentro spazi più contenuti ed essere collegata al resto della struttura multimediale. Anche il tecnico è cambiato. Chi ha cominciato cinquant’anni fa ha dovuto imparare nuovi strumenti, spesso trasmettendo a chi arrivava dopo la parte più preziosa del mestiere, quella che non si trova nei manuali. Poi sono arrivate generazioni con una formazione più specifica, dall’informatica alla fotografia, capaci di portare competenze nuove e tanta creatività. Il passaggio dall’analogico al digitale è stato anche questo: esperienza e tecnologia che si sono incontrate, una generazione dopo l’altra. La stessa trasformazione ha riguardato i giornalisti. Dalla macchina da scrivere al pc, dalla sola scrittura alla possibilità di girare e realizzare piccoli contributi video. Le professioni si sono avvicinate, i tempi si sono accorciati e la tv ha cominciato a produrre molto di più. Dalle circa due ore di produzioni al giorno degli inizi si è arrivati alle sette ore quotidiane.

E con la tecnologia è cambiato anche il modo di stare sul territorio. Una diretta non richiede più necessariamente un mezzo satellitare: può partire da una città europea, da uno stadio, da una strada, anche attraverso uno smartphone. Cinquant’anni fa per fare arrivare quelle immagini a Bergamo serviva una macchina televisiva molto più complessa, oggi basta una connessione.

Una televisione di territorio

La crescita tecnica non ha però cancellato la ragione per cui quella macchina continua a essere accesa. Anzi, l’ha resa più capace di svolgere il suo compito. Bergamo Tv ha continuato a essere una televisione di territorio, con il tg e l’Atalanta rimasti due punti fermi, e con una produzione costruita attorno a informazione, servizio, sport e intrattenimento. Ci sono stati programmi diventati parte della memoria dell’emittente, da Gente e Paesi a Tutto Ciclismo, da Incontri a Tutto Atalanta, fino a Trentatré e al Bepi Quiss. Ci sono le commedie in bergamasco registrate con il Ducato di Piazza Pontida, e le trasmissioni nelle quali entrano in studio notai, medici, esperti, rappresentanti delle istituzioni e professionisti chiamati a spiegare problemi concreti. È una tv che ha cercato di mantenere una misura precisa: autorevole ma vicina, capace di informare senza alzare i toni e di far sorridere senza perdere la propria credibilità. Durante il Covid questa funzione è diventata ancora più evidente. Con le persone costrette in casa, la tv è rimasta accesa per portare informazioni, spiegazioni, collegamenti in diretta, voci e volti del territorio.

Bergamo dentro uno schermo

È anche questo che rende diverso il conto dei cinquant’anni. Non è soltanto quello delle sedi - dalla Celadina a via Canovine, passando per via Conventino e poi via Corti, fino a Palazzo Rezzara - né quello delle tecnologie, dei programmi o delle ore di trasmissione. È il conto di quante volte una squadra di tecnici, giornalisti e operatori ha dovuto imparare qualcosa di nuovo per continuare a fare la stessa cosa: portare Bergamo dentro uno schermo. E quella capacità di cambiare senza perdere la propria fisionomia sarà anche la sfida dei prossimi anni. La televisione non è più soltanto il televisore acceso in salotto: è il digitale terrestre, il computer, il telefono, la diretta che arriva da un altro Paese. Ma la tecnologia, per quanto abbia cambiato gli strumenti, non ha ancora sostituito chi deve scegliere un’immagine, controllare un audio, preparare una diretta, raccontare una notizia, risolvere un problema pochi secondi prima di andare in onda. Il 15 settembre 1976 un segnale nuovo iniziava a farsi strada nelle case dei bergamaschi. Cinquant’anni dopo non servono più quelle antenne, quei cavi, quei videoregistratori. Ma, dietro quello schermo, c’è ancora qualcuno che quella tv deve farla arrivare, accendendo una macchina e facendo partire un segnale.

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