Cristiano De André: «Canto i brani di mio padre. Storie che vivono ancora»

L’INTERVISTA. Il concerto domenica 19 aprile alla ChorusLife Arena: «Le canzoni del Faber ci aiutano a riconoscere ingiustizie e ipocrisie».

Superata la riluttanza iniziale, da anni Cristiano De André reinterpreta il repertorio del padre Fabrizio: lo rivede, lo rilegge, riportandolo al pubblico attraverso dischi e tournée. Un lavoro legittimo, che solo lui poteva affrontare con assoluta credibilità, condotto al fine di rendere viva un’eredità fondamentale nell’ambito della musica italiana e della canzone d’autore. Cristiano ha ripreso in mano album importanti e affrontato concerti a tema e antologici. Stavolta è ripartito con il «De André canta De André Best of Tour 2026» che il 19 aprile fa tappa alla ChorusLife Arena di Bergamo (inizio concerto ore 21). Negli anni il rapporto tra padre e figlio si è consolidato ancor di più, proprio sul crinale delle canzoni, degli album imperdibili di Fabrizio.

«Canzoni che ho visto nascere»

«Molte delle canzoni che canto le ho viste anche scrivere - precisa - C’ero quando collaborava con Massimo Bubola all’album “Rimini” e “L’indiano”, e con Mauro Pagani a “Creuza de mä”, ho visto nascere queste opere. Le ho vissute anche in tournée con lui e sono maturate man mano dentro di me. Nel tempo è cresciuto il mio desiderio, che era anche il suo: metter mano alle canzoni, dar loro un vestito nuovo. Ho arrangiato per “Anime salve” ( l’ultimo album di De André, ndr) “Le acciughe fanno il pallone”, e quella rielaborazione piacque molto a mio padre e mi chiese di prendere il posto di Pagani e suonare tutti gli strumenti che suonava in scena, dal bouzouki, al violino, alla chitarra, l’oud. Mi chiese anche di scrivere gli arrangiamenti di quel tour. Accettai e mi misi all’opera con tanto amore. Il suo secondo desiderio era che io andassi avanti a mettere mano a parte delle sue opere, per poi ripartire con un nuovo tour insieme. Ci stavo pensando, ma purtroppo è successo quello che è successo e solo tempo dopo ho preso il coraggio di farlo per conto mio. Da 15 anni mi sto occupando di Fabrizio, rileggendo parte del suo canzoniere. Sono già a quattro album dal vivo, una sessantina di canzoni. Più le canto e più le sento vicine. A volte mi sembra che sia lì a cantarle con me. Hanno un suono nuovo che piacerebbe anche a Fabrizio».

Pensa che l’eredità artistica, culturale, politica di suo padre sia stata compresa a pieno dal pubblico? Sia entrata nel tessuto connettivo della società italiana?

«Io credo di sì, e credo sia accaduto per la maggioranza delle persone che seguono mio padre. Anche se sono in tanti a riempirsi la bocca con quel nome senza saperne nulla. Resto convinto che mio padre sia uno dei grandi poeti del Novecento. È stato un visionario. È riuscito a fare dell’arte così alta che è diventata atemporale, fruibile ad ogni generazione, anche futura. Credo che Fabrizio De André non passerà di moda, ci ha aiutato a vivere meglio, a riconoscere dove si annida l’ingiustizia, l’ipocrisia. Ci ha insegnato che non ci sono poteri buoni, che solo l’umanità, la compassione, il riconoscersi nel più debole salvano l’uomo e il mondo. Faber ha sempre pensato agli altri. Però credo non basti sposare le idee, le parole, bisognerebbe far seguire alla condivisione del pensiero l’atto concreto, il comportamento. Durante l’ultimo tour mi disse: “Ho cantato contro le guerre, ho parlato degli ultimi per 30 anni, ma non è successo nulla”. Era un po’ affranto e credo avesse ragione».

Se fosse ancora sul palco che canzone canterebbe con più forza oggi?

«Ne ha scritte talmente tante e di argomento diverso che è un po’ difficile ridurre mio padre a una canzone. Però “Amico fragile” rispecchia le nostre rispettive fragilità. Ne ho avute tante negli anni della mia vita e cantare insieme a lui quel pezzo sarebbe come chiudere un cerchio».

A proposito delle canzoni che ha visto nascere, ricorda qualche particolare momento?

«Viaggiando in Nord Africa con Mauro Pagani mio padre si era fatto un bagaglio di musica etnica. La trasfigurazione di quella musica nella visione popolare di “Creuza de mä”, la scelta del genovese come lingua mi colpirono molto. Veder nascere quel capolavoro, non solo della musica italiana, è stata un’esperienza cruciale per me».

Suo padre ha avuto la percezione che “Creuza de mä” sarebbe diventato uno degli album italiani più importanti della musica popolare nel mondo?

«Credo di sì: proprio per le scelte a monte che aveva fatto, la musica etnica, il dialetto genovese. Era orgoglioso di quell’album, nato un po’ alla chetichella, con la discografica che si è trovata in mano il lavoro a cose fatte. Quando i responsabili di allora lo ascoltarono si misero le mani nei capelli, pensando che non avrebbero venduto neanche un disco. Invece fece un milione di copie. I discografici non sempre ci pigliano».

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