Liégeon al Festival organistico internazionale: «L’improvvisazione non parte dal nulla, serve ritmo e colore»

L’INTERVISTA. Il musicista francese si esibirà stasera, 25 settembre, al Festival organistico nella chiesa di Sant’Alessandro della Croce in Pignolo a Bergamo. La diretta streaming su YouTube.

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Nella serata di venerdì 25 settembre (alle 21, ingresso libero, diretta streaming su You Tube) il Festival organistico internazionale si sposta nella chiesa di Sant’Alessandro della Croce in Pignolo con un artista davvero versatile. Il francese Samuel Liégeon è uno fra i più straordinari improvvisatori francesi, diplomato in sette discipline diverse e vincitore di molti concorsi - ma è anche un affermato pittore. Sul magnifico Serassi propone un percorso da Bach a Debussy, alternando proprie trascrizioni, improvvisazioni su temi dati dal pubblico e opere originali, per finire con improvvisazioni ispirate a due dipinti, uno di Monet e uno dello stesso Liégeon, proiettati su grande schermo.

Possiamo illustrare il programma da concerto, diviso tra improvvisazioni, trascrizioni e brani di repertorio?

«Per me un concerto non è una successione di brani: è un viaggio che racconta di noi stessi e invita a questo itinerario il pubblico. A me piace accostare repertorio, trascrizioni e improvvisazioni. Per questo concerto ho scelto compositori noti per le loro straordinarie improvvisazioni. Dietro le note scritte si percepisce una musica che nasce anche al momento, a contatto con uno strumento e un luogo, dove forme complesse convivono con altre più libere. La musica scritta è una forma di memoria, viaggia nel tempo e arriva a noi con la sua storia. L’improvvisazione invece è qualcosa di unico e irreversibile: ciò che si ascolta non esisterà mai più esattamente uguale. E questa fragilità modifica la qualità dell’ascolto. Un brano può essere punto di partenza per un’improvvisazione e, viceversa, un’improvvisazione può farci ascoltare diversamente ciò che già conosciamo: mi interessa la circolazione tra questi linguaggi diversi come se la musica si muovesse da una forma all’altra senza perdere il suo filo conduttore».

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Saprebbe spiegare come realizza una improvvisazione?

«Non si parte dal nulla. Anche quando tutto sembra emergere spontaneamente, c’è sempre una preparazione interiore, magari anche solo pochi secondi prima di iniziare. Posso avere in mente una forma, un ritmo, un colore, un’immagine o un’idea precisa... Certi timbri dello strumento suggeriscono quasi naturalmente una direzione o un certo modo di respirare. Una volta che inizio, però, tutto deve rimanere aperto, perché ogni suono influenza ciò che viene dopo. La musica si muove come una conversazione: propongo qualcosa e poi mi lascio sorprendere dalla risposta. Si tratta di equilibrio tra costruzione e intuizione, tra saper dove si vuole arrivare e rimanere aperti a ciò che si presenta lungo il cammino».

Come sono nate le sue inclinazioni per la musica e poi per la pittura?

«La musica e la pittura sono entrate nella mia vita molto presto e sono diventate per me veri e propri linguaggi. Mi hanno permesso di dar forma a sensazioni o idee non sempre esprimibili a parole. La pittura, come pratica artistica professionale, si è sviluppata più tardi, mentre studiavo al Conservatorio di Parigi. Ma ho sempre dipinto, fin da bambino. Era un’attività molto naturale, istintiva, come se cercassi già da allora di catturare un colore, una forma o un’impressione. Ho scoperto che la pittura rispondeva a una ricerca molto simile a quella che perseguivo nella musica. In entrambi i casi, si tratta di dare forma a qualcosa che esiste innanzitutto dentro di noi, che rimane vago, mutevole, difficile da afferrare».

Ha affinità con l’improvvisazione organistica?

«Oggi considero la pittura quasi un’altra forma di improvvisazione, naturalmente con rapporto diverso tra tempo e materia. Nella musica, il gesto scompare non appena viene compiuto, nella pittura, rimane in superficie, ma continua a evolversi attraverso il mio sguardo».

Quindi ci sono analogie tra pittura e composizione/improvvisazione?

«Sì, molto profonde. Parto sempre da un’intenzione senza sapere esattamente quale sarà il risultato finale. Ho solo un’idea generale, una direzione, un’atmosfera. Poi l’opera si precisa attraverso il contatto col suono, il colore, il silenzio o la superficie. C’è sempre un dialogo tra ciò che avevo immaginato e ciò che effettivamente appare. Un colore può trasformare un intero dipinto, così come un suono può cambiare il corso di un’improvvisazione. Bisogna accettare di non poter controllare tutto e seguire ciò che sta prendendo forma. Il pensiero dà direzione al gesto, ma il gesto a sua volta costringe il pensiero a concretizzarsi. Questa tensione tra costruzione e intuizione mi interessa particolarmente: può essere scomoda, ma è lì che si trova la parte più viva dell’opera».

Quanto è importante per lei l’attività didattica? Perchè?

«L’insegnamento occupa un posto essenziale nella mia vita. Non è una trasmissione di ricette, soprattutto quando si tratta di improvvisazione. Non si può dare a qualcuno una formula preconfezionata per essere libero. Io cerco di aiutare lo studente a trovare la propria voce, ad acquisir fiducia in ciò che sente dentro di sé. Adoro quando qualcuno scopre di avere già qualcosa da esprimere musicalmente. All’inizio può essere qualcosa di molto sottile: un ritmo, un modo particolare di far respirare una frase. Ma quando lo studente riconosce quella voce come la propria, qualcosa si apre. Le domande dei miei studenti mi costringono a guardare alla mia pratica da una prospettiva diversa, a dare voce a processi che a volte seguo intuitivamente. Si crea così un autentico scambio tra creazione, esecuzione e insegnamento. Ciò che dò mi ritorna sempre in un’altra forma».

Oltre a queste due arti c’è spazio per altro, passioni, hobby nella sua vita?

«Sì, per fortuna! Sono attratto dall’architettura, dall’artigianato, ma anche dalla cucina in generale. Sono ambiti in cui il pensiero si esprime attraverso una concreta attenzione al dettaglio, alla trasformazione. Sono molto interessato ai luoghi e a ciò che possono suscitare nell’immaginazione, alla luce: la consistenza o come uno spazio risuona possono lasciare una traccia e riapparire in seguito in un dipinto o in una composizione. Anche i viaggi per i concerti spesso alimentano il mio lavoro: porto a casa un’atmosfera, un colore o una sensazione. Cerco cose che risvegliano la mia curiosità, e cambiano il mio modo di vedere il mondo. Forse questa curiosità è il filo conduttore che lega tutte le mie attività».

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