( foto gian vittorio frau)
NARRATIVA. Il libro su una vita da «malato psichiatrico» tra diagnosi e 7 pasticche al giorno si aggiudica il concorso: «L’ho scritto per gli altri». Secondi a pari merito «Inverness» di Pareschi e «Cartagloria» di Matteucci.
Una vita scandita da un alternarsi di diagnosi e prescrizioni. Ritmata dall’assunzione di sette pasticche al giorno. Una vita da «neurodivergente, o malato psichiatrico», in cui il senso della realtà non è mai una conquista stabile, ma è sempre in bilico.
«Lo sbilico», di Alcide Pierantozzi (Einaudi, 2025), ha vinto, con distacco molto sensibile, la 42esima edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo: 45 i suoi voti, davanti a «Inverness» (Polidoro, 2024) di Monica Pareschi e «Cartagloria» (Adelphi, 2025) di Rosa Matteucci (25 voti ex aequo). Al quarto posto, con 22 voti, «A Beautiful Nothing» (Edizioni di Atlantide, 2024) di Enrico Terrinoni, seguito al quinto ed ultimo posto da «Il cielo più pietoso è quello vuoto» (Sellerio, 2025), di Eugenio Baroncelli (8 voti).
La cerimonia di premiazione sabato pomeriggio, presso lo Spazio Incontri A2A, «all’interno di una grande casa come la Fiera dei Librai», ha ricordato, in apertura, il conduttore dell’incontro, Max Pavan, giornalista responsabile dell’informazione di Bergamo Tv. Quanto a longevità «talloniamo la Fiera», 42 anni contro 67, scherza il presidente del Premio, Massimo Rocchi, cui affidato, come da tradizione, il discorso inaugurale.
All’interno della tumultuosa proliferazione di pubblicazioni, «cerchiamo sempre di segnalare le opere migliori», degne d’essere ascritte alla letteratura resistente a mode e tempo. Già l’anno scorso Rocchi aveva citato le righe conclusive de «Le città invisibili di Calvino». Anche quest’anno ha scelto di ripartire, significativamente, da lì: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme».
Ma a quella riflessione collega ora la surreale, tragicomica fantasia infernale di Ermanno Cavazzoni, in «Storia di un’amicizia»: i diavoli, illicenziabili in quanto assunti a tempo indeterminato, sono emigrati in superficie, ove continuano a peccare senza alcun timore, «sono entrati in politica e hanno fatto carriera, portando il nostro mondo nel caos». L’inferno si è trasferito qui in terra. Chiosa finale: «La Letteratura ci offre, con i suoi strumenti, una chiave di lettura della realtà».
Seguono i saluti delle principali istituzioni che, grazie al loro contributo e supporto, consentono la realizzazione della manifestazione: per il Comune di Bergamo l’Assessore alla Cultura Sergio Gandi; per Confesercenti Bergamo il Presidente Antonio Terzi, libraio e coordinatore della Fiera: «Faremo di tutto per non farci mai raggiungere, per anzianità, dal Premio»; per la Camera di Commercio è intervenuta Raffaella Castagnini, per la Fondazione della Comunità Bergamasca la vicepresidente Simona Bonaldi. A presentare i libri finalisti sono, anche qui come da tradizione, gli stessi autori, assente solo, «per impegni improvvisi», Rosa Matteucci. Ad intervistarli, la garbata competenza, l’impeccabile senso dei tempi, la capacità di uscire con eleganza da eventuali impasse impreviste, di Max Pavan.
Primo a salire sul palco, per curiosa combinazione, il primo classificato, Alcide Pierantozzi. Una bella, struggente testimonianza, la sua, di coraggio e ricerca di verità, candore e sincerità, sforzo di essere il più esatti, onesti e precisi possibile, pur parlando della malattia psichiatrica con cui convive da quando era piccolo. «Lo sbilico» è il racconto di questa «esperienza quotidiana di malattia». A proposito della genesi del libro, Pierantozzi risale al tempo in cui, «tornando da Milano in Abruzzo, ho avuto la lucidità per capire che stavo vivendo una fase molto precaria della mia vita. Ho sentito che potevo scrivere qualcosa di diverso, dal momento che la mia vita non aveva più speranza. Il libro non ha migliorato le cose. La terapia, dopo, ha dovuto essere aumentata. Dovevo scrivere per gli altri, dimenticando me stesso».
Il libro, a parte l’esempio celebre di D. F. Wallace, interviene in un settore vergine o quasi. «Mancava il racconto di un certo tipo di medicalizzazione della vita psichica», fatta di visite psichiatriche, assunzione di farmaci, succedersi di diagnosi e terapie secondo l’evolversi e modificarsi dei sintomi. «Le medicine mi hanno tolto i freni inibitori. Il mio cervello parte dalle parole per processare immagini e discorsi. Il mondo e la realtà per me sono il linguaggio. La mia esperienza del mondo e della malattia è la parola».
«Un libro che ne contiene molti altri, un pozzo al fondo del quale se ne incontra un altro e poi un altro» è, per definizione dello stesso autore, «Il cielo più pietoso è quello vuoto», di Eugenio Baroncelli. In «Inverness», spiega Monica Pareschi, «si parla di relazioni difficili, abbozzate, che non vanno da nessuna parte». Il filo conduttore dei racconti che compongono il libro è «il disagio, che si muove tra desiderio e paura. I miei sono personaggi molto desideranti, a volte velleitari, ma la paura spesso li blocca». Il racconto è «una forma particolarmente democratica di letteratura, mette più o meno sullo stesso piano autore e lettore», chiamato a immaginare sviluppi, futuri, un oltre possibile dopo l’ultima parola.
«A Beautiful Nothing», spiega Terinoni, «parla di due città», a cui si è variamente legata la vita di Joyce: Dublino e Roma. La Roma «in cui è nata la grande intuizione di scrivere l’Ulysses. Siamo abituati a opere consolatorie che danno risposte invece che fare domande, fanno quadrare i conti», come i gialli che ti offrono la soluzione. «La letteratura non fa questo. I grandi come Joyce ti pongono davanti all’entropia, al caos. Il mio libro ha dinamiche della detection, dell’investigazione, ma in quanto comprensione del valore simbolico delle tracce che si incontrano, non in senso teleologico, come tracce che portano ad un certo punto».
A leggere gli scritti di detenuti che hanno partecipato a laboratori di scrittura vertenti sui libri finalisti è Adriana Lorenzi, che quei laboratori coordina da anni, curando «Spazio – Diario aperto dalla prigione» , ove pubblicate le recensioni sulle opere in concorso. Ad affiancarla sul palco, l’ex detenuto Vitor.
Infine, la segretaria generale del Premio, Flavia Alborghetti, con il presidente, dà ufficiale lettura dei voti espressi dalle varie categorie della Giuria Popolare.
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