Sant’Alessandro, Dadadang danno il ritmo al battito concorde della comunità

L’EVENTO. Le percussioni del gruppo di Vito Panza, ridefinito per l’occasione, andranno in scena il 26 agosto in Città Alta in occasione della Festa di Sant’Alessandro. In scaletta anche musica del ’600 e un brano di Steve Reich.

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Bergamo

Il ritorno al futuro dei Dadadang va in scena il 26 agosto in Città Alta tra l’antico Palazzo del Comune e la Cattedrale. Il gruppo di soli percussionisti, fondato da Vito Panza nel lontano 1984, riprende il cammino artistico, nel giorno di Sant’Alessandro, con un «Battito» che attraversa la piazza (alle 18.45 e alle 21). Le percussioni sapienti danno il tempo, misurano le dinamiche e trasformano lo spazio urbano in un luogo d’ascolto, di partecipazione. Così quel «battito cardiaco» diventa momento di condivisione a immagine di una comunità concorde. I percussionisti biancovestiti si cimentano in un sottile gioco di equilibri che, ancora una volta, sviluppa nella combinazione tra ritmo visivo e sonoro. Questo lo spirito guida del «bandone» rimasto attivo sino al 2017.

Doppia esibizione

«Il lavoro commissionato dalla Fondazione Bernareggi l’ho accettato mesi fa con l’idea di rimettere insieme la band - spiega Panza - L’idea del “battito” come momento di concordia viene dal committente. Suoniamo in due momenti uguali e distinti, in una dimensione statica, sotto il portico del Palazzo della Ragione, in Piazza Vecchia. In repertorio ho voluto mettere anche qualcosa che non fosse musica dei Dadadang e dunque ho inserito in scaletta due pezzi. Il primo deriva dalla trascrizione, trovata settant’anni fa da uno studioso inglese, di un esercizio di musica suonato da due fratelli trombonisti davanti a Luigi XIV nel 1683. È una delle rare trascrizioni per tamburi, ulteriormente riveduta. A questa aggiungiamo un nostro arrangiamento di un brano del minimalista americano Steve Reich».

I Dadadang hanno lavorato per anni in tutto il mondo, che esperienza è stata?

«L’ultimo concerto risale al 2017 in Corea, a Seul. Venivamo da anni di concerti e parate in giro per l’Italia e il pianeta. Solo in America non siamo riusciti ad andare. Ci avevano invitati, ma i costi di trasferimento del bandone, allora numeroso, erano troppo alti. Per me quella dei Dadadang è stata l’esperienza professionale più importante della vita. Una realtà così creativa per un musicista è ossigeno nei polmoni. Dal punto di vista più astratto si è trasformata in un’osservazione di quello che ancora oggi è l’idea musicale che mi interessa tantissimo, che vede insieme all’aspetto sonoro quello visivo. Il bandone aveva i costumi, si muoveva suonando, in un atto che chiamavo “percussione visiva”. Un’idea che ho scandito prima con il bandone, attraverso più di 500 spettacoli nel mondo, e poi con due altre esperienze di “percussioni verticali” e “percussioni orizzontali”. In ogni modo qualcosa che fa riferimento a ciò che vediamo mentre ascoltiamo».

«Credo di essere stato tra i primi a credere in questa idea delle percussioni da vedere. Lo spettacolo sul piano gestuale e sonoro è sempre coinvolgente. È una linea di ricerca che coniuga il suono e quello che vediamo nell’atto di crearlo. Il corpo può fare dei movimenti ancora più ampi rispetto al gesto meramente percussivo»

È importante il gesto?

«La percussione è in assoluto l’area strumentale dove il gesto esecutivo è il più ampio di tutti. La voce non la vediamo; i gesti del pianista ci sono, ma sono minimi, niente rispetto agli svolazzi che può compiere il batterista con le bacchette. Avete presente Gene Krupa? La storia della “percussione visiva” io stesso l’ho vista trionfare più volte assistendo a performance di gruppi provenienti da diverse parti del mondo. Ricordo i gesti sincronici di 400 percussionisti cinesi durante l’inaugurazione dei Giochi Olimpici a Pechino. Credo di essere stato tra i primi a credere in questa idea delle percussioni da vedere. Lo spettacolo sul piano gestuale e sonoro è sempre coinvolgente. È una linea di ricerca che coniuga il suono e quello che vediamo nell’atto di crearlo. Il corpo può fare dei movimenti ancora più ampi rispetto al gesto meramente percussivo. Pensiamo agli Stomp che uniscono i timbri della quotidianità, usano spazzoloni e bidoni, ma ciò che colpisce di più sono i corpi dei danzatori-percussionisti in movimento».

L’assioma è sempre quello: suono-immagine-tempo.

«Direi di sì, anche per quel che riguarda il progetto di ”Battito”. In prospettiva vorremmo riprendere la ricerca con una versione più snella dei Dadadang. Il bandone è rimasto fermo nove anni e riparte da un battito nuovo. Le sontuose formazioni di una volta non sono più possibili, ma il discorso può essere ripreso ugualmente. Il filo da seguire è lo stesso: una collana di suoni che vengono prodotti in una successione temporale scandita. Non tutti insieme seguiamo lo stesso ritmo, ma il medesimo ritmo è prodotto da dieci colpi differenti che vengono da punti visivi diversi. Un concetto che ha animato il bandone sin dalla nascita».

È un’idea che praticavano anche gli Urban Sax nelle loro sonorizzazioni.

«Beh, loro sono stati il modello base. Credo che nella mia testa si sia profilata la sperimentazione dei Dadadang dopo aver visto dal vivo gli Urban Sax. Con il fondatore Gilbert Armand siamo diventati amici e abbiamo parlato tante volte delle rispettive ricerche».

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