Sulla soglia tra la vita e il mistero dell’aldilà. Focus a «Molte Fedi sotto lo stesso cielo»

RIFLESSIONI. La rassegna delle Acli di Bergamo propone quattro serate sul tema della morte, senza tabù e retorica. Il 2 novembre Lucilla Giagnoni leggerà «Oscar» di Schmitt.

Lettura 3 min.

Finalmente mi resi conto che preoccuparmi non mi portava da nessuna parte. / E ho lasciato perdere. Ho preso il mio vecchio corpo, / sono uscita fuori nella luce del mattino / e ho cantato. Sono gli ultimi versi di «I worried» di Mary Oliver, una poetessa statunitense. Le immagini evocate in questi versi esprimono cosa significhi lasciar andare, un sapere esistenziale difficile da praticare, nel quale si nasconde una promessa di autenticità.

Lasciar andare in fondo è l’atto che ci viene chiesto al termine della vita ma non solo: ci viene chiesto da chi ci sta accanto, ci viene chiesto talvolta come atto di resa, talvolta come atto di resistenza. Quale promessa può esserci nel morire? Si tratta di un interrogativo profondo e scomodo che la rassegna delle Acli di Bergamo, «Molte Fedi sotto lo stesso cielo», proverà a mettere a tema in quattro proposte.

Il tema della morte

Il fatto che un festival dedichi un focus sulla morte all’interno della propria programmazione può apparire bizzarro, eppure, in questo caso, racconta di un processo. Il 17 gennaio, nella cornice dell’abbazia di San Paolo d’Argon, il comitato scientifico della rassegna e alcuni partner che sostengono da tempo la rassegna si sono trovati per un momento di rilancio dell’esperienza. Proprio qui è nata l’esigenza di parlare della morte, provando ad osservare il fenomeno da diverse angolature: la morte come perdita, come orizzonte finale, la morte come possibilità, la morte come desiderio di superamento. Ne è nato un percorso che, senza alcuna pretesa, vorrebbe provare quantomeno a trovare le parole e le emozioni per dire la morte.

Il calendario

Il primo appuntamento, «Sorella morte», sarà martedì 15 settembre alle ore 20.45 presso l’abbazia di Pontida in collaborazione con la CET 7 e il Centro Studi Fileo: una tavola rotonda alla quale prenderanno parte Davide Sisto, docente di Forme di Vita Digitali all’Università di Torino, Pierpaolo Marras, studioso di cultura, tradizione e cultura indo-vedica, Sumaya Abdel Qader, sociologa, attivista per i diritti delle donne e divulgatrice sui temi legati all’Islam, e Vanesa Gutierrez, mediatrice culturale. Sulla soglia tra la vita e il grande mistero dell’aldilà, le culture e le religioni si accostano alla morte con una varietà di sguardi e pratiche. Un appuntamento per capire come cambiano le esperienze del morire e del ricordare nella società contemporanea ma soprattutto per conoscere i vari modi di interpretare il desiderio di un aldilà nelle differenti tradizioni e culture religiose.

Il secondo appuntamento, «E poi? Un dialogo sulla morte», venerdì 2 ottobre alle 20.45 presso la Chiesa dell’Ospedale, sarà con Luciano Manicardi, già priore di Bose, e Ines Testoni, professoressa di Psicologia sociale all’Università di Padova. Un dialogo a due voci che intreccia da un lato la cosiddetta società postmortale, una società insofferente dei limiti, che grazie alla tecnica e al progresso medico tenta di far indietreggiare la morte, di intervenire sulle sue cause, di modificarne le frontiere, di spingere sempre oltre i limiti della longevità umana, dall’altro il desiderio di liberarsi dall’angoscia della fine ripensando il rapporto tra tempo, morte e trascendenza in modo non dogmatico e riconoscendoci in bilico tra il desiderio di assoluto e la coscienza della nostra fragilità.

Nel giorno in cui la tradizione cristiana ricorda i propri fedeli defunti, lunedì 2 novembre alle ore 20.45, la rassegna di «Molte Fedi» insieme al Comune di Bergamo organizza il reading di «Oscar e la dama in rosa» a cura di Lucilla Giagnoni: un rito laico che, ripercorrendo le pagine di Éric-Emmanuel Schmitt, affronta interrogativi esistenziali e domande di senso nell’esperienza di un bambino malato terminale che si confronta con l’umanità di Nonna Rose e con la trascendenza.

Il «Death Spritrz»

La sezione si chiuderà giovedì 5 novembre alle 19 presso e in collaborazione con il Circolino in Città Alta. Si tratta di un «Death Spritz» ovvero di un modo insolito, informale, sicuro e non giudicante di parlare del lutto e del ciclo della vita. I partecipanti, in piccoli gruppi, saranno guidati da uno specialista (psicologo o formatore) e, davanti ad un aperitivo, potranno confrontarsi in modo intimo sul tema del lutto. L’esperienza nasce nel 2004 quando Bernard Crettaz, sociologo e antropologo svizzero, dà vita ai «Cafés mortels», una serie di incontri pubblici dedicati alla morte. Un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: offrire uno spazio collettivo in cui poter parlare liberamente di questo argomento così tabù. Nessuna lezione, nessuna retorica accademica: solo persone comuni che condividono pensieri, esperienze, domande sul tema. In un’epoca in cui il morire è sempre più appannaggio della medicina e la morte un evento clinico da gestire lontano dagli occhi, Crettaz ha provato a riportarla nelle case, nelle conversazioni, nella vita.

Nel 2005 Joan Didion scrive «L’anno del pensiero magico», un libro in cui la scrittrice fa i conti con la morte improvvisa del marito, John Gregory Dunne: un anno in cui lutto e sogni sovrascrivono la vita e l’impossibile addio all’uomo amato si trasforma lentamente in un profondo colloquio con la morte, durante il quale tutto viene riconsiderato. Didion scrive: «questo è il mio tentativo di raccapezzarmi, nel periodo che seguì, settimane e poi mesi che cambiarono ogni idea preconcetta che io avessi mai avuto sulla morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore, sui modi in cui la gente affronta o non affronta il fatto che la vita finisce, sulla fragilità dell’equilibrio mentale, sulla vita stessa». E se la morte fosse l’occasione e la possibilità di dare un senso nuovo alla vita?

© RIPRODUZIONE RISERVATA