«Teorema»? Una prigione dorata ma sempre attuale»
L’INTERVISTA. Il cantautore Marco Ferradini venerdì in concerto al Gavazzeni di Seriate con «Cantaracconto» «In 50 anni di carriera ho scritto canzoni migliori. Con quel brano volevamo insegnare ai maschi a gestire la sofferenza in amore». Ora sul palco con la figlia.
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«Teorema» è solo la punta dell’iceberg, un importante snodo di carriera. Marco Ferradini ha scritto quella canzone anni fa, con Herbert Pagani. Da allora tutti lo pensano avvinto a quel pezzo, anche se in 50 anni di carriera c’è stato ben altro nella sua vita: tanti successi, due partecipazioni a Sanremo, collaborazioni eccellenti, un’infinità di concerti. La passione l’ha ereditata dalla madre, voce da soprano, l’ha trasmessa alla figlia Marta. Con lei arriva al Teatro Gavazzeni di Seriate venerdì 9 ottobre per uno spettacolo che titola «Cantaracconto» e intreccia l’esperienza di padre e figlia (ore 21; ingresso gratuito fino ad esaurimento posti).
Nella narrazione si affrontano temi, si delineano personaggi, Lucio Dalla, Pupo, Patty Pravo, Herbert Pagani, anche il «Teorema» di un tentativo di «educazione sentimentale» che a 45 anni di distanza sembra irrisolto. A Sanremo nel 1978 Ferradini canta «Quando Teresa verrà», nel 1983 «Una catastrofe bionda». Seguono altre avventure. Mina canta una sua canzone e la medaglia non è da poco per un cantautore da storia della canzone. L’ultimo album conosciuto «L’uva e il vino», 13 pezzi inediti, 4 cantati con Marta. «L’uva rappresenta l’artista giovane, il vino l’artista maturo – spiega –. Se il grappolo è stato carezzato da buon sole, alias buona musica, alla fine darà i giusti risultati. In fondo questo è il concetto del “Cantaracconto”».
Dopo tante stagioni che momento sta vivendo?
«Ai 50 anni di carriera ci sono arrivato, continuando a far musica. Il vero successo della vita è quando riesci a realizzare il sogno di quando eri bambino. Sono nato in un piccolo paese della Val d’Intelvi, vicino alla Svizzera, luogo di contrabbandieri e frontalieri. A otto anni sono andato a vivere a Milano con i genitori. Lì è iniziata l’avventura. Mia madre aveva una voce dal timbro argentino, papà suonava l’organo in chiesa. Mi hanno inculcato l’idea che la musica fosse una cosa bella, un linguaggio superiore alle parole. Ho avuto la mia prima chitarra e pian piano il sogno si è realizzato. Dopo mezzo secolo di canzoni sono ancora qui e porto avanti il racconto di tanti passaggi: degli inizi, dei primi ascolti, delle radio libere. Quando ero ancora a Casasco avevo una vecchia radio di radica. Ci smanettavo e rimanevo affascinato dalla lucetta gialla, dai nomi scritti sulla finestrella: Monaco, Londra. Viaggiavo con la fantasia, giravo il mondo. Con la chitarra ho iniziato ad esprimermi. Con quattro accordi tiri fuori quello che hai dentro».
Che rapporto ha avuto con la musica?
«L’ho sempre considerata un divertimento, un gioco, anche se attraverso le canzoni fai passare dei messaggi. Una volta c’erano i menestrelli che raccontavano i fatti del giorno, poi sono arrivati i cantautori. La musica è una bella signora da rispettare, da amare, perché dà grandi emozioni».
Quando una canzone come «Teorema» diventa l’identificazione dell’artista, cosa succede?
«La canzone è stata scritta per insegnare ai ragazzi che quando una storia finisce c’è da farsene una ragione e avere rispetto. Quel testo dovrebbe finire nelle scuole. A noi maschietti ci hanno insegnato a non piangere, ci mettono in mano il moschetto, ci insegnano a sparare. Nessuno ci ha spiegato come ci si comporta al cospetto di una donna. Per fortuna ci sono le canzoni d’amore»
«Ti ritrovi in una prigione dorata. Da una parte quel successo impedisce all’ascoltatore distratto di apprezzare altri pezzi, diventa il riferimento, tutto il resto fa da contorno. Sono convinto di aver scritto cose migliori. “Teorema” è una canzone generalista: dice delle cose vere, tocca dei tasti che hanno ancora attualità. Quando con Herbert l’abbiamo scritta non pensavamo che avesse una tal presa, anche se sapevamo che era una canzone forte, sull’educazione affettiva. Volevamo insegnare ai maschi a gestire la sofferenza in amore. Le donne non sono oggetti, anche se molti uomini crescono con questa idea. In questo campo la cultura evolve troppo lentamente. La canzone è stata scritta per insegnare ai ragazzi che quando una storia finisce c’è da farsene una ragione e avere rispetto. Quel testo dovrebbe finire nelle scuole. A noi maschietti ci hanno insegnato a non piangere, ci mettono in mano il moschetto, ci insegnano a sparare. Nessuno ci ha spiegato come ci si comporta al cospetto di una donna. Per fortuna ci sono le canzoni d’amore».
Sua figlia Marta ha seguito le sue orme: scrive storie, canzoni. Che effetto le fa?
«È una bella sensazione. Senti di aver dato quello che hai acquisito, e ti accorgi che il tuo mondo non si perde, si travasa in un’altra vita. Quando siamo sul palco ci guardiamo negli occhi e sentiamo di fare qualcosa che ci emoziona. È bellissimo!».
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