(Foto di Foto Julia wesely)
IL FESTIVAL. La pianista cinese martedì 8 settembre al Donizetti con la Mahler Chamber Orchestra. In programma musiche da Copland a Prokof’ev.
Lettura 1 min.Chiude coi fuochi d’artificio il 63° Festival Pianistico Internazionale. Martedì 8 settembre (alle 20.30), in un Donizetti sold-out da tempo, ritorna Yuja Wang, la star cinese che nel 2009, a soli 23 anni, proprio nel maggior teatro cittadino, sempre per il Festival Pianistico, aveva dimostrato quale fosse la sua caratura. Yuja Wang si proporrà anche nella veste di direttrice-concertatrice assieme alla Mahler Chamber Orchestra, fondata da Abbado, con la conduzione dell’americano Teddy Abrams, bacchetta estroversa.
Complice il web (e i social) della magnifica star cinese balzano in particolare evidenza due caratteristiche: la tecnica strabiliante, fatta di agilità, velocità mostruose, precisione praticamente infallibile, ma anche il repertorio, che tocca con nonchalance le più impervie pagine della letteratura, spettacolari e no. Valga per tutte la «Horowitz-Carmen Fantasy», uno dei suoi fuoriprogramma più gettonati. Per altro, il suo abbigliamento non passa inosservato, con minigonne mozzafiato e glitter coloratissimi: completano il quadro di un’artista che conosce alla perfezione le leve della tastiera ma anche quelle del concerto spettacolo.
In effetti la formazione della Wang - in parte a Pechino poi, all’età di 15 anni negli Usa, al Curtis Institute of Music di Filadelfia, culla di talenti (si diploma nel 2008, il suo insegnante Gary Graffman disse che, oltre alla tecnica impressionante, la distinguevano «l’intelligenza e il buon gusto» delle sue interpretazioni) - ci dice che la Wang incarna, tra le prime, quel mix di cultura musicale occidentale e caratteristiche della sua terra di origine. Rispecchia dunque nel suo profilo personale il tema del Festival che è chiamata a concludere, «Oriente & Occidente».
Lo rispecchia il programma predisposto per la serata, un ponte tra Russia e Usa. Si comincia con la suite per orchestra (con pianoforte) «Appalachian Spring» di Aaron Copland, pagina fresca e leggiadra, spiccatamente tonale, celebrazione della società americana per la sua «semplicità virtuosa»: nella versione per balletto originale il maestro statunitense aveva adottato un’organico cameristico per sottolinearne tale caratteristica. Pezzo forte della serata è il Concerto n. 2 in sol minore op. 16 di Prokof’ev (1913, rivisto nel 1923) che coniuga un’impostazione non disallineata alla tradizione ottocentesca assieme alle prerogative del compositore e pianista: ad esempio il tratto toccatistico e motoristico del secondo movimento, tempi di marcia molto spiccati (terzo tempo). Il concerto è segnato dalla vicenda sinistra della dedica a Maximilian Schmidthof, discepolo e amico dell’autore, il quale, con una lettera a Prokof’ev aveva annunciato il suo suicidio. Altra pagina «russa» è la «Suite» per pianoforte e orchestra detta anche «Jazz Suite» di Alexander Tsfasman (1906-1971, di origini ucraine), che coniuga felicemente e con brillantezza estroversa, motivi di derivazione colta occidentale e idiomi jazzistici. Completano la serata la solennità opulenta della Fanfare da «Le Péri» di Paul Dukas e le evoluzioni cadenzate e meditate delle «Mutations from Bach» di Samuel Barber.
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