Sui conti dei bergamaschi 39 miliardi. In 14 anni «tesoretto» cresciuto del 68%
IL SALVADANAIO. I dati della Banca d’Italia dal 2011 al 2025. L’incertezza internazionale «spinge» al risparmio. Piarulli (Adiconsum): «Ma l’inflazione erode i depositi. Ancora troppo basso il livello di educazione finanziaria».
Lettura 3 min.Un gran bel tesoretto. Sui conti correnti dei bergamaschi ci sono quasi 39 miliardi di euro, e anno dopo anno questa massa di denaro è andata decisamente gonfiandosi: nel giro di 14 anni, tra la fine del 2011 e la fine del 2025, la crescita è stata del 68,1%, praticamente 15,8 miliardi in più.
Ci sono tante dinamiche, dentro questa parabola. La bussola è nei dati della Banca d’Italia riferiti ai depositi bancari e postali dei residenti in provincia di Bergamo. Una voce decisamente composita, ma che permette di guardare sia al sistema economico nel suo complesso sia alla situazione delle sole famiglie.
Nel giro di 14 anni, tra la fine del 2011 e la fine del 2025, la crescita è stata del 68,1%, praticamente 15,8 miliardi in più
Se infatti si isolano i soli depositi delle «famiglie consumatrici», la definizione tecnica che indica i nuclei o le persone sole che non hanno attività imprenditoriali (se le hanno, quei soldi sono conteggiati a parte), il gruzzolo è pari a 24 miliardi di euro. Dunque, gli altri circa 14,9 miliardi di euro – che permettono di arrivare al già citato totale di 38,9 miliardi di euro – sono di «proprietà» di imprese e pubbliche amministrazioni.
Differenti velocità
Scavando tra le cifre, si coglie un’evidenza: i risparmi delle famiglie sono sì lievitati, ma meno che per le imprese (e per le pubbliche amministrazioni, anche se la loro «cassa» segue regole ben diverse). Dal 2011 al 2025, infatti, le giacenze delle famiglie hanno registrato un +56,3% (+8,6 miliardi), oltre dieci punti in meno rispetto al trend aggregato.
Dal 2011 al 2025, infatti, le giacenze delle famiglie hanno registrato un +56,3% (+8,6 miliardi), oltre dieci punti in meno rispetto al trend aggregato
L’inizio della serie storica s’inserisce in un quadro non certo favorevole: il 2011 era un anno di crisi per l’Italia, «rigore» era la parola più gettonata per superare la tempesta dello spread. E come capita in quelle congiunture, inizialmente c’è stata una elevata propensione al risparmio (nel 2012 i volumi salirono del 5,1%, e addirittura del 6,5% per le famiglie), per poi imboccare un andamento più variegato ma comunque favorevole all’«accumulo» di liquidità.
I tempi recenti sono stati decisamente effervescenti. Il 2020, funestato dal Covid e dai suoi riflessi economici, ha portato a un forte accantonamento (addirittura, in quei dodici mesi i conti dei bergamaschi si sono espansi di 4 miliardi), poi la ripartenza ha visto altre tendenze. Tra il 2022 e il 2023 i «gruzzoli» si sono erosi, vuoi anche per maggiori investimenti (basta pensare al rilancio del mercato immobiliare) e vuoi perché l’esplosione dell’inflazione ha limitato la capacità di risparmio per i ceti più fragili. Tra 2024 e 2025, di fatto, il volume totale dei depositi è rimasto invariato (323mila euro in meno); il «settore» delle famiglie ha invece visto un +2,4% (+560 milioni).
Le due dinamiche
A oggi, calcolatrice alla mano, considerando che i nuclei bergamaschi sono circa 465mila, ogni famiglia avrebbe in media complessivamente circa 50mila euro sui conti: facile intuire che la distribuzione di questa ricchezza può essere molto varia. Ma come si «muove» il risparmio in questi tempi? Carlo Piarulli, a capo del Dipartimento Credito e Finanza dell’Adiconsum nazionale, parte da una sintesi: «Vero che le fasce più deboli hanno ridotto l’inclinazione al risparmio a causa del carovita. Ma in altre fasce c’è un atteggiamento opposto: di fronte all’incertezza, come quella legata alle conseguenze della geopolitica, ci si orienta verso una maggiore parsimonia».
Sul primo fronte, ricorda Piarulli, «l’Italia sconta un problema di lungo periodo, ben evidente nel confronto con gli altri Paesi: i bassi salari». Se invece il proprio potere d’acquisto è in grado di reggere ai rincari, «il risparmio diventa un rifugio. Molte persone – prosegue l’esperto – pensano che il contesto mondiale instabile possa durare a lungo e avere ricadute anche di carattere occupazionale, pensiamo alle difficoltà della manifattura».
I rischi
Tenere fermi i soldi sul conto corrente, specie nei depositi che assicurano un tasso d’interesse quasi nullo, si presta tuttavia a una «perdita virtuale»: se l’inflazione galoppa, i risparmi – proprio perché non «rivalutati» – si svalutano. Ecco perché negli ultimi anni c’è stato un rilancio degli investimenti: «Ora, però, stanno aumentando le commissioni – segnala Piarulli -. Per i capitali fino a 100-150mila euro investiti nei fondi, i costi di gestione sono incrementati di circa un punto e mezzo rispetto al passato. I Bpt si confermano invece interessanti, grazie a una tassazione agevolata e a un rendimento attorno al 3%: anche le ultime emissioni hanno registrato un buon esito sul mercato, con risposte positive tra le famiglie che scelgono di comprare titoli». Sullo sfondo resta un nodo: «In Italia c’è poca educazione finanziaria – nota Piarulli -. È un tema di cui si parla poco, ma che ha impatti significativi sulla quotidianità». Specie tra chi è meno «alfabetizzato», la gestione del bilancio familiare presta il fianco a scelte poco oculate. C’è un fenomeno in particolare che preoccupa: il «buy now, pay later» (letteralmente, «compra ora e paga dopo»), una forma di finanziamento a breve termine per alcuni beni di largo consumo (ad esempio prodotti tecnologici) attraverso pochi clic e poche rate, senza dover ricorrere alle più «robuste» formule tradizionali delle finanziarie. «Ma non tutti si soffermano sulle clausole – conclude Piarulli -, e così non è raro trovarsi sovraindebitati o pagare penali costose».
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