(Foto di Ansa)
SALUTE E LAVORO. Ho camminato anch’io per le strade del quartiere Tamburi, quello che confina con il grande stabilimento siderurgico di Taranto.
Lettura 2 min.E anch’io ho visto la polvere rossa sui panni stesi, sui davanzali, sui balconi, sulle biciclettine parcheggiate nei cortili dei palazzi. Entrava nelle case, trasformando perfino una finestra aperta sull’orizzonte degli altoforni in una minaccia. Che vita crudele essere costretti a campare del salario della fabbrica e allo stesso tempo temere la fabbrica stessa.
Oggi che la Cassazione conferma lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva, quel ricatto arriva al capolinea. Ma non è una vittoria da festeggiare. È il fallimento di un Paese. Per decenni abbiamo chiamato sviluppo ciò che produceva acciaio e distribuiva stipendi, ignorando il prezzo sulla salute. I morti, gli ammalati, anche i bambini colpiti dalla tragedia di Taranto, non sono statistiche: sono vite sacrificate al Moloch del lavoro. Un padre non dovrebbe scegliere fra il pane da portare a casa e l’aria da far respirare ai figli: i Vescovi di Taranto, da Motolese a de Giorgi, da Papa a Santoro, fino all’attuale Miniero, non hanno fatto che ripeterlo per oltre sessant’anni in tutte le occasioni possibili. Eppure sarebbe ingiusto dimenticare che quella fabbrica nacque da una promessa di emancipazione.
Nel 1965 il presidente Giuseppe Saragat inaugurò il quarto centro siderurgico italiano. Lo Stato imprenditore voleva riscattare il Mezzogiorno con l’industria pesante. Arrivarono contadini trasformati in operai, i «metalmezzadri» descritti da Walter Tobagi. Lo stipendio fisso significava dignità, scuola per i figli, futuro. Fu un progresso reale. Ma insieme al benessere arrivò la dipendenza da un solo destino: l’inquinamento. La fabbrica finì per subordinare a sé la città: in alternativa, o quasi, c’era la base della Marina con il suo indotto, il grande porto commerciale e gli allevamenti di cozze. La politica confuse l’interesse del siderurgico con quello dei tarantini.
Dal sequestro del 2012 sono trascorsi quattordici anni. Decreti, commissari, gestori, investitori annunciati e poi svaniti, promesse di risanamento continuamente rinviate. Governi di ogni colore hanno amministrato l’emergenza. A decidere sono arrivati i giudici. Molti manager, in Italia e all’estero, sono stati inquisiti. La Cassazione ha ribadito un principio elementare, rimasto lettera morta: il lavoro protetto dalla Costituzione è quello salubre e sicuro. Non esiste una licenza di inquinare in nome dell’occupazione. L’iniziativa economica non può calpestare la salute e l’ambiente. Ma chi oggi applaude allo spegnimento degli altiforni non può ignorare ciò che accade fuori dai cancelli. Migliaia di operai e addetti dell’indotto temono di perdere reddito e identità.
Decreti, commissari, gestori, investitori annunciati e poi svaniti, risanamenti rinviati. Governi di ogni colore hanno amministrato l’emergenza
La cassa integrazione attenua il colpo, non costruisce il futuro. Perfino a Genova, che ha di gran lunga più alternative, la siderurgia ha lasciato ferite. A Taranto, dove le occasioni sono più fragili, chiudere senza un piano significa rischiare una seconda condanna: dopo la malattia, la disoccupazione; dopo l’inquinamento, l’abbandono. Qui si misura la credibilità dello Stato. Servono bonifiche vere, non nuovi calendari di rinvii.
Servono investimenti, formazione e un piano industriale che dica quanti posti resteranno, con quali tecnologie e garanzie ambientali. I forni elettrici e la decarbonizzazione non sono formule magiche: richiedono energia, capitali, tempi certi. Turismo e servizi non assorbiranno da soli migliaia di operai. Si chiama riconversione, ma una riconversione si governa, non si proclama. La lezione di Taranto va oltre Taranto. Un Paese industriale non può rinunciare con leggerezza all’acciaio, essenziale per la manifattura, per importarlo da Paesi meno attenti all’ambiente. Ma non può neppure usare questa verità come alibi per perpetuare impianti pericolosi. La modernità rifiuta il falso dilemma tra produzione e diritti. Bisognava cominciare molti anni fa. Ora il tempo è scaduto. E il prezzo del ritardo non può ricadere ancora sulle famiglie. Il vero risarcimento sarà garantire ai figli dei Tamburi ciò che ai loro genitori è stato negato: la libertà di lavorare senza dover scegliere una vita breve.
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