Quel mondo che entra in casa ogni mattina

IL COMMENTO. Questa mattina mi sveglio con quella sensazione che ormai mi accompagna ovunque: il mondo corre troppo, e noi qui, in Bergamasca, finiamo sempre sotto la sua traiettoria. Appena accendo il giornale radio, arrivano le prime scosse: yen ai minimi dal 1986, petrolio che ondeggia tra 70 e 80 dollari, Europa che introduce un dazio da 3 euro su ogni pacchetto extra Ue sotto i 150 euro. Tre euro: una cifra minuscola, ma sufficiente a farmi serrare la mascella.

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Perché so già come andrà: le aziende faranno finta di nulla, poi scaricheranno il costo sui consumatori. I negozi che vivono di micro spedizioni si ritroveranno un’altra pietra nello zaino. Le famiglie che comprano online per necessità - non per moda - dovranno fare i conti con una tassa che non si chiama tassa. Mentre preparo il caffè penso che l’Europa, quando ha paura, diventa creativa: inventa barriere piccole, che sommate diventano muri.

Fuori la luce è già quella di luglio, il caldo si sente. Un’altra notizia: a Doha si parla di Iran, Stati Uniti, Hormuz. Ogni volta che quel tratto di mare si restringe, qui da noi si allarga la preoccupazione. Il petrolio resta in equilibrio, ma è un equilibrio che non convince: basta un drone, una nave fermata, una dichiarazione sbagliata, e tutto si ribalta. E quando il petrolio si ribalta, la Bergamasca lo sente come una fitta alla schiena. I trasportatori della Val Cavallina, le officine di Dalmine, le aziende della pianura: tutti vivono appesi a quel numero. Mi chiedo come faccia un territorio così forte a essere così vulnerabile. Le Borse europee aprono deboli. Wall Street festeggia, ma io non riesco a festeggiare con lei: ogni volta che l’America esagera, noi paghiamo la sbornia il giorno dopo. E poi c’è lo yen, che scivola come una pietra nel fiume. Un segnale che non riguarda solo Tokyo: riguarda anche noi, che esportiamo macchine, pezzi, competenze. Mi sorprende sempre come una valuta lontana possa entrare così facilmente nella mia cucina. Esco di casa con la sensazione che l’Italia abbia una febbre che non scende mai. I dati lo confermano: Francia 1,8% di inflazione, Germania 2,3%, Italia 3%. Siamo sempre un po’ più in alto, come se il Paese avesse un’infiammazione cronica. La vedo nei carrelli dei supermercati di Seriate, nelle bollette di Nembro, nei turni di Stezzano.

La Bce chiude il Forum di Sintra parlando di tokenizzazione, nuove politiche monetarie, futuro. Ma qui la parola che conta è un’altra: mutuo. Ogni volta che Lagarde apre bocca, un mutuo italiano si irrigidisce. Mi chiedo come si possa vivere in un Paese dove la politica monetaria è un rumore di fondo che ti accompagna anche quando cerchi di dormire. Cammino lungo il Sentierone e sento che la globalizzazione non è un concetto: è un camion che entra in azienda alle 6 del mattino, è un ordine dall’Asia che arriva alle 2 di notte, è un reparto automatizzato mentre la direzione parla di «innovazione». La globalizzazione nervosa è diventata una presenza fisica: la senti nei capannoni, nei magazzini, nei corridoi delle fabbriche. Il nuovo dazio europeo, quei 3 euro, sembrano una misura lontana. E invece no: sono una goccia che cade ogni giorno, e alla fine scava. Mi chiedo quanto possa reggere un territorio che vive di importazioni, esportazioni, componenti, pezzi, flussi. La Bergamasca è forte, sì, ma anche esposta come una pelle sottile.

Il lavoro che c’è

E poi c’è il lavoro. Lo vedo negli occhi dei giovani che cercano stabilità e trovano contratti a tempo. Lo vedo negli operai che vivono la transizione tecnologica come una promessa che non sempre mantiene. Lo vedo nelle imprese che chiedono competenze nuove, ma non sempre sanno cosa farsene. La giornata conferma un pensiero che mi accompagna da mesi: il mondo non aspetta. E noi non possiamo più limitarci a subirlo. L’economia internazionale manda segnali confusi: dazi, petrolio, valute, inflazione.

Ma qui, nel nostro territorio, quei segnali diventano carne: turni, contratti, ansie. La globalizzazione non è finita: è diventata più nervosa, frammentata, imprevedibile. E io, oggi, guardo tutto questo con una preoccupazione che non riesco più a nascondere. Non è paura: è lucidità. È la consapevolezza che serve una politica che guardi il mondo negli occhi, non che lo rincorra. Serve una Bergamasca che non subisca la globalizzazione, ma che la interpreti. Serve un’Italia che smetta di reagire e cominci a decidere.

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