San Francesco, l’umanità nella fede

FEDE. Il 3 ottobre 1226, sul far della sera. È l’istante in cui si consumano gli ultimi attimi della vita terrena di Francesco, il poverello di Assisi.

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Davanti ai suoi frati, riuniti attorno a lui presso la chiesetta della Porziuncola dove tutto è cominciato una ventina di anni prima, ora si trova un uomo morente, adagiato nudo sulla nuda terra, irriconoscibile, divorato dalla malattia che lo ha reso cieco e dalla radicalità di una fede che gli ha inciso nella carne le piaghe della passione del suo Signore.

Francesco ha suppergiù quarantacinque anni quando muore - ottocento anni fa come oggi. E da allora, la melodia della sua esistenza non cessa di affascinare: risuona dentro a tante biografie - credenti e non. Ispira conversioni generose e scelte audaci. Echeggia costantemente come un richiamo di povertà, umiltà, piccolezza ed essenzialità - anche per la nostra Chiesa. Eppure, nonostante tutto, dobbiamo riconoscere che rimane ancora difficile raccogliere il testamento di Francesco. Non è semplice misurarsi con la sua verità.

È paradossale, ma la sua povertà corporale va a braccetto con una ricchezza spirituale e umana che fatichiamo ad afferrare nella sua totalità. È più facile fare di lui un simbolo di qualcosa, di una piccola parte del suo vissuto, che lasciarlo essere per quello che è, nella sua sconcertante interezza. Viene più immediato considerarlo il precursore dell’ecologia, l’araldo della pace, il padrino del dialogo interreligioso, il sostenitore della causa animalista e delle riforme non violente. Rimane ostico permettergli di essere - certamente anche tutto questo - ma in virtù del primato riconosciuto al Dio di Gesù.

La forza della sua provocazione rimane intatta: «Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni». Sono tra le sue ultime parole

È la decisività irriducibile di questa relazione che anche oggi non riusciamo a gestire, a tradurre e ad addomesticare dentro ad altre categorie. Francesco è colui che è stato così pienamente umano - otto secoli non hanno fatto sbiadire di una virgola il suo appeal - poiché totalmente implicato nella relazione con Dio. Senza la lente di questo legame attraverso cui leggere la sua vicenda, ogni riappropriazione rischierebbe di essere fragile. Che sia questo anche il lascito che, oggi più che mai, può interpellare un Occidente inquieto e insoddisfatto delle proprie risposte precarie, alle prese con le stesse sfide di pace, di fraternità universale e di ecologia? Perché è esattamente il legame della fede che si riverbera in ogni fibra e in ogni movimento della traiettoria esistenziale di Francesco.

Lo si vede nella sua scelta fondamentale. È un frate - un fratello di tutti - perché riconosce sé e gli altri figli del medesimo Padre. Una scelta che va a toccare il rapporto con la ricchezza, il modo di vestire, l’impiego del proprio tempo. La sua fraternità ha una radice così profonda ed esigente che ha davvero la forza di scavare le sue abitudini e di plasmare il suo stile di vita.

Il legame della fede si percepisce anche nell’azzardo di chiamare il momento più buio: «Sorella morte». Con una confidenza che non cancella il dolore. Noi oggi abbiamo l’aspettativa di poter vivere decentemente anche fino a cento anni; eppure, sono infinitamente di meno rispetto a quelli che ha vissuto Francesco: 45 anni su questa terra, più l’eternità. È la certezza di aver ricevuto in sorte una vita senza misura che ne permette il dono con il medesimo criterio, senza sentirsi impoveriti.

E infine, Francesco ha abitato questo legame come conformazione a Cristo. Senza sconti, come indica la grazia delle stimmate: giunge ad assomigliargli così. L’esistenza di Francesco ci parla da ottocento anni perché ricalca, a modo suo, un’altra esistenza, più antica e radicale. È vero, quindi: sono passati otto secoli dalla morte di Francesco. Ma la forza della sua provocazione rimane intatta: «Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni». Sono tra le sue ultime parole. Da allora, la parte che spetta a noi non è ripetere Francesco, ma lasciarci raggiungere da Colui che lo ha reso così umano.

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