«Cartellino rosso» al calcio nelle coronarie
CARDIOLOGIA. Non dà alcun sintomo, ma rappresenta un importante indicatore del rischio cardiovascolare.
Lettura 2 min.L’aterosclerosi resta una delle principali cause di eventi cardiovascolari nel mondo occidentale e continua a rappresentare una sfida centrale per la cardiologia moderna. La sua caratteristica più insidiosa è la progressione lenta e silenziosa, che può iniziare già in giovane età senza dare alcun sintomo fino alla comparsa di eventi acuti come infarto o ictus. Come spiega il cardiologo Luigi Fiocca, responsabile della Cardiologia 3 - Diagnostica interventistica dell’Asst Papa Giovanni XXIII, «il processo aterosclerotico nasce da un’alterazione progressiva della parete arteriosa. L’aterosclerosi è un termine che unisce due concetti: ateroma e sclerosi. L’ateroma è l’accumulo di materiale lipidico che forma la placca; la sclerosi è l’ispessimento e l’irrigidimento dei vasi sanguigni». Fattori di rischio modificabili come fumo, ipertensione, diabete, colesterolo elevato e obesità, insieme alla predisposizione genetica, contribuiscono al danno dell’endotelio, lo strato interno delle arterie. Da qui si attiva un processo infiammatorio che porta alla formazione della placca aterosclerotica, capace nel tempo di restringere o ostruire il vaso.
Ruolo del calcio e valutazione rischi
Un elemento sempre più rilevante nella pratica clinica è la calcificazione delle placche. Il calcio non deriva direttamente dal sangue, ma viene prodotto localmente nella parete vascolare e contribuisce a rendere la placca più rigida e complessa da trattare. «La presenza di calcio nelle coronarie è completamente silenziosa dal punto di vista dei sintomi, ma rappresenta un importante indicatore della presenza di aterosclerosi e del rischio cardiovascolare» sottolinea Fiocca. La sua quantificazione attraverso esami dedicati consente di stratificare il rischio, ma deve sempre essere interpretata nel contesto clinico del paziente. La prevenzione resta comunque l’arma più efficace: controllo dei fattori di rischio, attività fisica regolare, alimentazione equilibrata e abolizione del fumo riducono in modo significativo la probabilità di eventi cardiovascolari.
Diagnosi e trattamento: dalla Tac alla cardiologia mininvasiva
La presenza di calcio nelle coronarie viene oggi identificata soprattutto tramite Tac cardiaca con calcolo dell’Agatston score, utile per stimare il rischio cardiovascolare. Tuttavia, la semplice presenza di calcificazioni non sempre è sinonimo di malattia grave, soprattutto in età avanzata. Quando la malattia è significativa, l’approccio terapeutico è sempre più mininvasivo. Nella maggior parte dei casi si interviene attraverso angioplastica coronarica con accesso radiale, evitando la chirurgia tradizionale. Nei casi più complessi si utilizzano tecniche avanzate per modificare il calcio e permettere un corretto impianto dello stent.
Le tecniche per le placche calcifiche
Oggi la cardiologia interventistica dispone di strumenti sempre più sofisticati, dai palloncini con micro-lame per incidere il calcio, fino ai sistemi a onde d’urto per fratturarlo, dai dispositivi di aterectomia per rimuoverlo o polverizzarlo, fino al laser coronarico per casi selezionati. La scelta dipende dalle caratteristiche della placca: spessore, distribuzione e durezza del calcio. L’integrazione tra imaging intracoronarico avanzato, intelligenza artificiale e tecniche mininvasive sta modificando in modo significativo la gestione delle malattie coronariche. L’obiettivo è sempre più quello di personalizzare il trattamento, ridurre i rischi e intervenire con precisione crescente anche nei casi più complessi. «Oggi trattiamo quotidianamente casi estremi di pazienti anziani, diabetici, con plurime comorbidità, con aterosclerosi molto estesa e particolarmente calcifica, che in passato avevano come unica terapia quella farmacologica, utile nel lenire i sintomi, ma non nel ridurre il rischio d’infarto – conclude Fiocca -. Le sfide derivanti dall’invecchiamento della popolazione si possono cogliere soltanto stando al passo con i tempi, imparando, con la passione e la dedizione quotidiana, ad utilizzare tecniche diagnostiche e terapeutiche sempre nuove, come gli emodinamisti del Papa Giovanni XXIII, fanno da oltre 30 anni».
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