Contro la «MICI», cure sempre più personalizzate

IL MALESSERE. Dolore addominale persistente, diarrea ricorrente, perdita di peso, stanchezza. Quando questi sintomi persistono possono nascondere una Malattia Infiammatoria Cronica Intestinale (MICI), gruppo di patologie che colpiscono un numero crescente di persone.

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Oggi grazie alla diagnosi precoce, a terapie innovative in centri specializzati, nella maggior parte dei casi è possibile controllare efficacemente la malattia. Ne parliamo con la professoressa Sara Massironi, responsabile dell’Unità Operativa di Gastroenterologia degli Istituti Ospedalieri Bergamaschi e referente del servizio di Endoscopia del Policlinico San Pietro, dove sono attivi percorsi dedicati ai pazienti con MICI, con disponibilità di posti riservati per tali patologie, in stretta collaborazione con il Centro IBD dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, punto di riferimento e di eccellenza a livello italiano per la diagnosi e cura delle MICI.

Cosa sono le MICI?

«Comprendono principalmente la malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa. Sono patologie infiammatorie croniche dell’intestino, caratterizzate da fasi di riacutizzazione e periodi di remissione. Possono comparire a qualsiasi età, ma spesso esordiscono nei giovani adulti, con un impatto importante sulla qualità della vita».

Quali sintomi non sottovalutare?

«Diarrea persistente, dolore addominale ricorrente, sangue nelle feci, perdita di peso, anemia e stanchezza marcata sono fra i principali campanelli d’allarme. Se questi sintomi persistono è importante rivolgersi allo specialista gastroenterologo. Una valutazione tempestiva consente di distinguere le MICI da numerose altre condizioni gastrointestinali e, quando necessario, avviare rapidamente gli approfondimenti diagnostici».

Ma quali sono le cause?

«Le MICI sono patologie multifattoriali: si sviluppano in persone geneticamente predisposte in seguito all’interazione tra alterazioni della risposta immunitaria, microbiota intestinale e fattori ambientali».

Come si diagnosticano?

«Non esiste un singolo esame che, da solo, definisca sempre la diagnosi: è l’integrazione delle diverse informazioni cliniche, laboratoristiche (fra cui la calprotectina fecale), endoscopiche, istologiche e di imaging a consentire di inquadrare correttamente la malattia».

Esiste una cura?

«Oggi disponiamo di possibilità terapeutiche molto più ampie rispetto al passato. Accanto ai trattamenti tradizionali abbiamo farmaci biologici e nuove molecole in grado di interferire selettivamente con differenti meccanismi responsabili dell’infiammazione. L’obiettivo è ottenere e mantenere una remissione stabile, controllare l’infiammazione anche al di là dei soli sintomi, favorire la guarigione della mucosa e prevenire la progressione della malattia. Non c’è una terapia uguale per tutti. Ogni paziente ha caratteristiche diverse e richiede un percorso su misura. La scelta della terapia dipende dalla forma della malattia, dalla sua estensione, dall’attività infiammatoria e dalla risposta ai trattamenti precedenti. La medicina personalizzata rappresenta uno degli aspetti più importanti nella gestione delle MICI».

L’alimentazione può avere un ruolo nella gestione di queste malattie?

«Sì. Una corretta valutazione nutrizionale è parte integrante della cura. In alcuni pazienti possono comparire carenze nutrizionali o perdita di massa muscolare, per cui alimentazione, attività fisica e controlli regolari contribuiscono al benessere complessivo e alla qualità della vita».

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