Il microbiota è una cosa seria, attenti alle semplificazioni

GASTROENTEROLOGIA. Il microbiota intestinale è l’insieme di miliardi di batteri, virus e altri microrganismi che popolano il nostro intestino, tanto numerosi da poter essere considerati un vero e proprio organo aggiuntivo.

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Il microbiota svolge funzioni essenziali per la salute: aiuta a digerire il cibo, produce vitamine, addestra il sistema immunitario e protegge la barriera intestinale. Negli ultimi quindici anni la scienza che studia il microbiota ha vissuto una vera rivoluzione.

Grazie all’identificazione genetica dei microrganismi intestinali, i ricercatori hanno infatti collegato ad essi numerose malattie croniche, dal diabete alle patologie cardiovascolari fino ad alcuni tumori, ad alterazioni specifiche dell’ecosistema intestinale, la cosiddetta disbiosi. Da qui l’idea di intervenire con diete mirate, probiotici o addirittura con il trapianto fecale.

Accanto ai progressi reali, però, si sono diffuse semplificazioni pericolose. «Una delle fake news più suggestive è quella che associa l’obesità al microbiota, trascurando stili di vita, alimentazione e fattori ambientali, che restano i veri determinanti», spiega il professor Fabio Pace, dell’Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva in Humanitas Gavazzeni, diretta dal professor Nicola Gaffuri. Anche il concetto stesso di disbiosi è più complesso di quanto sembri: mancano parametri di normalità condivisi, la composizione intestinale cambia rapidamente con dieta e farmaci, e i database di riferimento internazionali non rispecchiano la popolazione italiana.

Non stupisce, allora, che i test per l’analisi del microbiota, spesso auto-prescritti dopo una ricerca su Internet, restino di dubbia utilità clinica, risultando per altro difficili da interpretare. Una recente pubblicazione sulla rivista scientifica Lancet Gastroenterology ha fissato linee guida rigorose sulla loro esecuzione, concludendo che al momento non esiste alcuna indicazione clinica che ne giustifichi l’uso: restano uno strumento di ricerca, non ancora pronto per la pratica clinica quotidiana. Nella quale il professor Pace preferisce un approccio diverso: «Una corretta diagnosi di disbiosi si ricava dall’ascolto attento dei sintomi - gonfiore addominale, distensione dolorosa, flatulenza e alterazioni dell’alvo - insieme a un’anamnesi alimentare accurata: carenza di fibre, scarsa varietà alimentare ed eccesso di cibi ultra-processati, spesso presenti nei giovani con disturbi digestivi funzionali».

Il test genetico

Il test genetico può trovare spazio nei disturbi funzionali refrattari, resistenti sia alle modifiche alimentari sia alle terapie prescritte. «In questi casi - conclude Pace - è mia abitudine, dopo avere spiegato al paziente le limitazioni attuali e i costi di questi test, consigliarne l’esecuzione prima e dopo il trattamento prescritto. Con il solo fine di verificare che le terapie suggerite abbiano l’effettiva capacità di indurre modificazioni positive sul microbiota. Così, da un lato, il paziente acquisisce pieno controllo di sé stesso, dall’altro si agevola la lettura del test in questione».

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