(Foto di Naja Bertolt Jensen su Unsplash)
L’ALLARME. Le materie plastiche dovrebbero essere chimicamente inerti, ma quando si frantumano in microplastiche e nanoplastiche le cose cambiano.
Lettura meno di un minuto.Quando queste particelle entrano a contatto con l’acqua, generano i cosiddetti radicali liberi, molecole altamente reattive che danneggiano le cellule di animali ed esseri umani. Lo indica lo studio pubblicato sulla rivista Nature, guidato dalla Columbia University e dall’Università della California a Berkeley, che mette in discussione la visione comune della plastica come materiale passivo e sicuro.
La scoperta potrebbe portare alla riprogettazione delle plastiche di largo consumo - come quelle usate per confezionare gli alimenti, imbottigliare l’acqua e realizzare i giocattoli - in modo da ridurre gli effetti tossici sulla salute e sull’ambiente.
Grazie a una serie di esperimenti condotti in laboratorio e simulazioni effettuate al computer, i ricercatori coordinati da Wei Min della Columbia University e Teresa Head-Gordon dell’Università della California hanno osservato ciò che succede quando le microplastiche interagiscono con l’acqua, come avviene nelle bottiglie o quando vengono assorbite nel flusso sanguigno e nelle cellule.
Le molecole d’acqua diventano chimicamente attive quando entrano in contatto con la plastica: si crea, così, un ambiente che favorisce il trasferimento di elettroni tra le molecole, portando alla formazione di radicali liberi. «Man mano che la plastica si frammenta in particelle sempre più piccole - affermano i due ricercatori statunitensi - la sua superficie aumenta enormemente. Qui l’acqua svolge un ruolo attivo fondamentale, anziché limitarsi a fare da spettatrice: è essenziale per rendere reattive queste microplastiche».
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