Tumore ovarico: per curarlo serve un gioco di squadra

LA SALUTE. Il tumore ovarico è una neoplasia tra le più insidiose in campo ginecologico: nella maggior parte dei casi viene scoperto in stadio avanzato, quando le possibilità di cura si riducono.

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Solo il 20% delle diagnosi arriva in fase precoce. Ne parliamo con il dottor Mauro Signorelli, ginecologo presso Humanitas Gavazzeni, specialista in ginecologia oncologica chirurgica.

Perché il tumore ovarico viene diagnosticato così tardi?

«Perché purtroppo nelle fasi iniziali la neoplasia non provoca sintomi chiari: gonfiore addominale, pesantezza, difficoltà digestive: segnali aspecifici che spesso vengono attribuiti ad altre cause. Non esistono test di screening specifici come il Pap test o la mammografia. L’ecografia pelvica transvaginale e il dosaggio del marcatore CA125 restano gli strumenti principali, ma nessuno dei due è sufficiente da solo per una diagnosi precoce».

Quali donne sono più a rischio?

«La familiarità è il fattore di rischio più rilevante: chi ha parenti di primo grado con tumore ovarico o mammario deve prestare attenzione. Le mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2, identificabili con un esame del sangue, aumentano dal 30 al 70% il rischio di sviluppare il tumore. Infertilità ed endometriosi sembrano correlarsi a un rischio maggiore, mentre gravidanza, allattamento e uso prolungato di contraccettivi estroprogestinici sembrano ridurlo».

Come ci si può tutelare ?

«Pur non essendoci un esame di screening, la visita ginecologica annuale e il corretto inquadramento dei sintomi sono il punto di partenza migliore per avviare il corretto iter diagnostico e terapeutico. In caso di elevato rischio familiare o personale, è possibile eseguire i test genetici e, in caso di mutazioni genetiche accertate, una chirurgia profilattica di asportazione delle ovaie e delle tube, che consente di ridurre del 96-98% il rischio di tumore ovarico».

Se la diagnosi arriva in stadio avanzato?

«Il trattamento richiede sempre chirurgia e chemioterapia. Negli stadi iniziali l’intervento può essere mini-invasivo con tecnica laparoscopica o robotica; in alcuni casi è possibile anche conservare l’utero e l’ovaio sano, mantenendo la funzione ormonale e riproduttiva. Negli stadi avanzati, invece, la chirurgia può interessare anche tutti gli organi della cavità addominale. La valutazione va comunque effettuata sul singolo caso, che prendiamo in carico utilizzando le diverse professionalità presenti nel Gruppo Humanitas – le attività chirurgiche complesse, ad esempio, sono proposte in Humanitas San Pio X-. Garantendo continuità assistenziale senza che la paziente debba cercare competenze altrove».

Quanto pesa il lavoro di équipe?

«È determinante. Il tumore ovarico richiede un approccio multidisciplinare: in Humanitas Gavazzeni i casi vengono discussi in incontri periodici che coinvolgono ginecologo, oncologo, radioterapista, anatomopatologo, e psicologo oncologico. Un confronto che permette di definire per ogni paziente il percorso più adeguato, senza ritardi».

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