Gosens a L’Eco: «Curioso per Sarri. Bergamo sempre casa mia»

ATALANTA. Il grande ex salterà l’amichevole di sabato 8 agosto con lo Schalke 04: «È la sfida dei miei sogni, magari ci rivedremo in Europa». «I miei figli nati lì e il Covid vissuto tra voi: così sono cresciuto».

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«Sono giorni intensi, sono qui da due settimane ma mi sembra sia passato chissà quanto. Un peccato non esserci domani (sabato 8 agosto), ci tenevo tantissimo: ho preso una brutta botta nell’ultima amichevole, una ginocchiata sulla coscia, e si è formato del liquido. Nulla di grave, ma non potrò giocare questa partita fra le due squadre del mio cuore. Però succederà in futuro, magari in Europa, chissà…».

Lo Schalke 04, la squadra dei sogni da bambino, contro l’Atalanta, la squadra dove ha vissuto gli anni più belli della carriera, fra il giugno 2017 e il gennaio 2022. Anni in cui finì pure al centro del dibattito politico ad alto livello quando la cancelliera tedesca Angela Merkel, in visita a Palazzo Chigi, disquisì col premier italiano Mario Draghi su «quell’ottimo giocatore del Bergamo» che la sera prima, con la maglia bianca nella sua nazionale, aveva dato spettacolo contro il Portogallo agli Europei 2021. Gosens non sarà in campo sabato 8 agosto (ore 17) per la «sua» sfida, la festa di inizio stagione della squadra di Gelsenkirchen che nell’occasione celebrerà con i propri tifosi il ritorno nella Bundesliga, il massimo campionato tedesco. Attese 100 mila persone nell’area dello stadio, venduti a ieri 55 mila biglietti che non faranno fatica a raggiungere i 61.500 del sold out. Gosens non ci sarà, ma non per questo rinuncia ad affondare sulla fascia dei ricordi e dei sentimenti con la stessa disinvoltura e incisività di quando si muove palla al piede lungo la corsia sinistra del campo.

Anche negli anni d’oro a Bergamo, quando il palcoscenico abituale era quello della Champions, Gosens ha sempre detto che lo Schalke era la squadra dei suoi sogni, dove un giorno avrebbe voluto giocare. Cos’ha di speciale questa maglia e quanto le pesa non giocare questa partita contro l’Atalanta, la sua partita del cuore?

«La storia comincia quando avevo 6 anni, e non c’entravo niente con il calcio. A Emmerich, il paese dove sono cresciuto, mio papà mi lanciava sempre il pallone, però a me non interessava proprio. Poi un giorno mi ha portato alla Veltins Arena, e la mia vita è cambiata. Me lo ricordo benissimo quel momento, come fosse stato ieri: sono salito su per quella scala, sono arrivato in tribuna e a un certo punto sotto di me ho visto il campo, con i giocatori. Lì è scattato qualcosa, ho subito detto che avrei voluto fare anch’io la stessa cosa. Ovviamente non sapevo ancora cosa significa diventare un calciatore professionista e quanta strada c’è da fare, quanta fatica, quanto sudore. Però l’amore per il calcio è nato in quel momento. Ed è bello che adesso si chiuda il cerchio tornando qui dopo aver fatto tanta strada, anche se magari seguendo un percorso un po’ tortuoso».

E cosa rappresentano, in questo percorso, Bergamo e l’Atalanta?

«Se devo dirlo in una parola sola, Bergamo per me è casa. Sono successe talmente tante cose a Bergamo che è impossibile ricordarne solo una. Lì sono nati i miei due figli, quindi già il rapporto è speciale, e poi abbiamo ancora tanti amici che sentiamo ogni giorno. Quelli che sono ancora lì (sempre meno, ora che se ne va anche Djimsiti), ma anche tutti gli altri giocatori che sento quasi tutti i giorni e che per me sono diventati fratelli. Gli anni a Bergamo sono stati importantissimi per la mia crescita. Sportiva e umana. Mi porterò sempre dentro il periodo del Covid: ci ha fatto crescere come popolo, e dico “ci” perché io mi sento parte di questo popolo con cui ho vissuto questo brutto momento. Dal quale è nato un legame che sarà sempre fortissimo. Quando penso a Bergamo, penso a emozioni forti».

Ma come fu il primo impatto? In fondo una certa affinità di base per carattere e valori, a partire dalla cultura del lavoro, dovrebbe aver facilitato l’inserimento.

«Mi ricordo benissimo quel giorno. Arrivai a Bergamo con mio papà, per vedere la partita con il Verona. E via dallo stadio sono andato in Città Alta a mangiare la pizza. Ero pieno di dubbi: fare quel passo voleva dire uscire dalla mia comfort zone, e mi facevo tutte le domande che uno si fa in quella situazione. Camminammo a lungo e quando ci sedemmo a tavola dissi a mio padre: “Ho la sensazione che venire qui sia la cosa giusta per me in questo momento”. Non sapevo nemmeno io come spiegarmelo, ma sentivo che stavo facendo un passo determinante. Quella giornata ha cambiato la mia carriera. Anche grazie all’incontro con Gasp, che mi ha formato».

Già, quanto ha inciso Gasperini nel costruire il Gosens devastante di quegli anni?

«Mi ha fatto crescere in maniera assurda, anche se non è sempre stata facile con lui. Ricordo i primi giorni di ritiro, a Clusone: ero stanco morto, mai più sentita nelle gambe una sensazione del genere. Non vedevo l’ora che finisse la cena e alle 20,45 al massimo ero a letto. A mia moglie dicevo: se vuoi parlarmi chiamami prima della cena, perché se non vado a dormire non riuscirò a sopravvivere al giorno dopo. Così è iniziato tutto. Così è iniziato il mio rapporto speciale con Bergamo, fatto di fiducia e di emozioni».

E ancora adesso, forse più ancora dell’Atalanta che ha vinto l’Europa League, nel cuore dei tifosi è rimasta quella sua e di Hateboer, Freuler, de Roon, del Papu, Ilicic, Muriel e Zapata…

«Questo fa davvero tanto piacere. Ne parliamo sempre tra di noi, e ce lo siamo detti di recente anche con Marten: l’unica cosa che ci è davvero mancata in quel periodo è stato un trofeo da tenere in mano. Le esperienze vissute insieme, le qualificazioni in Champions League, le finali sono tutte cose che rimangono. Però con un trofeo… Ci sentiamo spesso, con tutti: Hateboer, Freuler, Djimsiti, Toloi, Palomino, Ilicic, de Roon, Muriel… E questo è davvero strano nel calcio, perché questo nostro mondo va così veloce che sei amico per un momento, finché giochi insieme, ma poi quando cambi squadra ti perdi, non ti senti più… Invece di quella squadra siamo rimasti in 7, 8, 9 giocatori che si sentono praticamente ogni settimana. La nostra grande forza era lo spogliatoio: caratteri diversi, anche particolari, fra i quali si era creato un equilibrio eccezionale, pazzesco. Finiva l’allenamento e restavamo lì per due-tre ore a chiacchierare, non c’era mai fretta di andare a casa. E poi magari ci ritrovavamo per andare insieme a cena. Il rapporto andava oltre il calcio, e la gente lo percepiva, per questo le siamo rimasti nel cuore. Ha riconosciuto il gruppo e si è identificata anche lei come parte del gruppo: squadra, città e tifosi, non c’era differenza. Noi quando camminavamo per le strade della città eravamo tifosi, e i tifosi quando venivano allo stadio diventavano giocatori, entravano in campo con noi».

È mancato il trofeo, ma i momenti da ricordare sono tanti. Il più bello?

«Se devo scegliere, dico la prima volta che ci siamo qualificati per la Champions League, nel 2019. Stagione incredibile, risultato inaspettato conquistato in quella sera di pioggia a Reggio Emilia, con il Sassuolo. E poi… Beh, è un paradosso, ma un altro grande ricordo è la prima volta che abbiamo giocato in Champions…».

Prego? Ma perdeste quattro a zero a Zagabria con la Dinamo… Una batosta.

«Ma sì, però è stato comunque un momento indimenticabile: per tutti noi era la prima volta in Champions. Arrivammo carichissimi, pensavamo di spaccare il mondo. Invece mamma mia, che figuraccia (eufemismo, ndr)... Ci siamo ritrovati muti nello spogliatoio. Non parlava nemmeno il Gasp, che di solito dopo certe prestazioni buttava giù lo spogliatoio con le sue urla. Invece niente. Lì anche lui, muto, impietrito. Si aspettava di tutto quella sera, ma non che facessimo una figura così. Eppure ci è servito tantissimo: eravamo arrivati là pensando di essere al top, perché ormai eravamo in Champions, invece abbiamo capito che fra noi e quel mondo c’era una discrepanza. Era un livello diverso, e per starci avremmo dovuto crescere. E siamo cresciuti. Siamo arrivati a giocarci quella partita di Lisbona con il Paris Saint-Germain, dopo il Covid, dopo tutto quello che noi e la gente di Bergamo avevamo passato. E io ho ancora oggi la sensazione che potevamo andare avanti. Avevamo fuori diversi infortunati, abbiamo chiuso con un ragazzo della Primavera in campo contro le stelle del Psg. Avessimo avuto Ilicic, che quell’anno era a livelli tali da poter concorrere al Pallone d’oro, chissà… Saremmo andati a giocarci una sfida secca con il Lipsia e poteva davvero succedere di tutto».

Parliamo dell’Atalanta di oggi. Come vede questa svolta tattica radicale dopo dieci anni?

«Sono curioso, tantissimo. Non vedo l’ora di vedere l’Atalanta anche più avanti, in campionato. Secondo me è fuori dubbio che mister Sarri sia un grandissimo allenatore: ha un’identità di gioco chiara, sa esattamente cosa vuole dalla squadra e questo lo si vede da tutte le squadre che ha allenato. E questo è già un dato molto importante. Allo Schalke abbiamo appena fatto la riunione tecnica, guardando il video degli avversari, in preparazione alla gara con l’Atalanta, e abbiamo visto subito i principi caratteristici di Sarri. Certo, è stato uno switch davvero importante dopo 10 anni di Gasp, e poi Juric e Palladino che più o meno fanno lo stesso gioco, il 3-4-3 con gli esterni o i quinti che avevano un ruolo fondamentale. Ora si passa al 4-3-3 con giocatori abituati a fare cose diverse. Ma stiamo parlando comunque di giocatori importanti, sono davvero curioso di vedere come andrà. Io spero vada bene, perché sono un tifoso dell’Atalanta».

Ma qual era, da avversario, la difficoltà maggiore nell’affrontare le squadre di Sarri?

«Soprattutto il possesso palla. Come si muovono, come sono collegati fra tutte le linee, e poi le catene: a destra e a sinistra… Tutti movimenti fatti alla perfezione, seguirli diventa veramente difficile. È un gioco molto bello: gioca dentro, poi gioca fuori, sempre tenendo distanze minime fra i giocatori. E quindi ti lascia pochissimo tempo per intercettare o anticipare la giocata».

Lei ha giocato la Champions (raggiungendo anche la finale con l’Inter), l’Europa League e negli ultimi due anni con la Fiorentina anche la Conference. Che tipo di manifestazione è rispetto alle altre, e cosa si deve aspettare l’Atalanta che affronta questa esperienza nuova?

«È chiaro che per un giocatore la Champions è la cosa più bella del mondo, però io sono uno che ama gli aspetti romantici del calcio, e per me è molto affascinante andare in Paesi mai visti a giocare contro squadre sconosciute. La Conference mi ha fatto impazzire, è stata proprio una bella esperienza. Siamo andati a giocare a Byalistok, in Polonia, contro lo Jagiellonia: due ore e mezza di volo, poi due ore e mezza di pullman per arrivare a giocare a 13 gradi sottozero. Tutti i miei compagni scuotevano la testa e si chiedevano cosa fossimo andati lì a fare, io ero entusiasta. Sono fatto così: so che non tornerò mai più lì, però per giocare a calcio ci sono andato. Conosci Paesi diversi, squadre che giocano un calcio diverso. Certo, poi i viaggi pesano quando rientri al venerdì e magari la domenica devi giocare. Però ne vale sempre la pena. E poi è anche l’occasione per portare a casa un trofeo, perché è chiaro che se analizziamo i valori tecnici l’Atalanta è una delle favorite».

Ha citato Palladino, che è stato suo allenatore a Firenze due stagioni fa. L’anno scoro a novembre è arrivato a Bergamo, ma a fine stagione non è stato confermato. Che idea si è fatto? Cosa non ha funzionato?

«Onestamente non mi aspettavo non fosse confermato, perché da fuori mi sembrava che avesse fatto un buon lavoro sia con la squadra, sia a livello di singoli. A me sembra però che quella della società non sia stata una scelta contro Raffaele, ma più per un reset totale, per una volontà di cambiare completamente pagina a livello tattico dopo 10 anni di un certo calcio. Insomma, di voler andare verso il futuro con un’identità diversa».

A proposito di futuro e identità. Il calcio italiano e il calcio tedesco stanno attraversando un periodo di crisi, anche se la Germania, se non altro, ai Mondiali ci è sempre andata. Trova dei punti di contatto fra le due situazioni? E come pensa sia possibile uscirne?

«In Italia, come in Germania, vedo e leggo un sacco di opinioni che alla fine dicono tutte: questo è il problema. Benissimo, però un conto è identificare il problema, ma poi bisogna anche trovare una soluzione. Io stesso sono convinto che siamo alle prese con un problema strutturale che scende giù fino ai settori giovanili, e che da lì in poi comincia tutto. Però anche qui in Germania, come in Italia, ci si ferma lì: sappiamo qual è il problema, ma non abbiamo idea di come risolverlo».

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