Vent’anni dal trionfo ai Mondiali 2006: che ricordi (e un pizzico di malinconia)

L’ITALIA DI LIPPI. La ricetta: talento, lucidità e abilità di vincere pur soffrendo. Ora gli azzurri sono sul divano per la terza edizione di fila: futuro nebuloso.

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Sono passati vent’anni da quel cielo sopra Berlino dipinto d’azzurro e dall’Italia in delirio per la Nazionale di Marcello Lippi. E sembra quasi un ricordo inghiottito nella notte dei tempi. Celebrare l’anniversario di un Campionato del Mondo vinto con un mix di cuore, orgoglio, strategia e talento, proprio oggi, con i Mondiali americani che scivolano via tra sorprese e polemiche, e l’Italia costretta davanti alla tv, sembra quasi un paradosso. E la potenza simbolica di quel sogno mondiale realizzato, stride con l’abisso di un calcio tricolore sprofondato nel baratro di tre mancate qualificazioni di fila.

I tre Mondiali mancati

L’ultima traccia italiana in una Coppa del Mondo è datata 24 giugno 2014, in Brasile, nel giorno del ko di misura contro l’Uruguay (0-1) con Cesare Prandelli in panchina, che impose la seconda bruciante eliminazione di fila ai gironi per gli azzurri dopo quella del 2010. Poi nel palmares c’è solo il vuoto spinto di tre Mondiali mancati, interrotti dalla straordinaria avventura nell’Europeo post Covid, vinto nel 2021, sotto la guida di Roberto Mancini e con il compianto Luca Vialli guida ispiratrice, insieme al gemello del gol in blucerchiato, di un exploit prodigioso, ma rimasto impresa isolata.

L’Italia del calcio, infatti, ora, annaspa nelle contraddizioni dei suoi errori, mastica amaro nel vedere il terzo Mondiale consecutivo da casa. E in questi giorni, forse, risplende ancora di più, tra i nuvoloni foschi del presente, il ricordo di vent’anni fa e della cavalcata trionfale, lucida, umile, ma perentoria, dell’Italia di Marcello Lippi.

Quei talenti e la capacità di soffrire

Sì, perché il valore aggiunto di quel gruppo, pur impreziosito da perle di talento purissimo (Totti, Del Piero, Pirlo, tanto per fare tre nomi) era proprio nella capacità di soffrire, di strappare vittorie con le unghie, di fare sempre e comunque squadra, di mettere la tecnica al servizio del collettivo: e qui i meriti di Marcello Lippi, condottiero equilibrato e carismatico, furono enormi. Di quel Mondiale si ricordano snodi cruciali come l’1-0, in 10 contro 11, inflitto all’Australia negli ottavi, con il rigore procurato da un Fabio Grosso straripante e insaccato con nervi d’acciaio da Francesco Totti all’ultimo respiro del match.

La partita più bella

Poi la partita più bella, avvincente e trascinante sul piano emotivo, contro i padroni di casa

della Germania, a Dortmund. Un 2-0 implacabile, innescato prima dal miglior «attore non protagonista» del Mondiale tedesco, quel Fabio Grosso, sulla carta comprimario di lusso, e nei fatti, asso vincente da calare sul tavolo da poker della Coppa del Mondo. E poi completato dal ricamo di Del Piero a chiudere una ripartenza tagliente e letale, figlia del calcio pratico, strategico e vincente di Lippi. Era l’Italia di Buffon, Del Piero, Totti, Pirlo, personalità con la stoffa dei campioni, ma era anche l’Italia di Gattuso, Zambrotta, Cannavaro, Grosso appunto, in quel contesto tattico ordito dalla sagacia di Lippi, anche più decisivi dei piedi fatati dei fantasisti.

Colpi di classe, ma anche e soprattutto sudore e compattezza difensiva di un’Italia capace di alzare il tasso della qualità con le magie dei numeri 10, ma anche ringhiante in pressing con la feroce determinazione di difensori, mediani e terzini. Uno di questi, Grosso, diventerà il simbolo di quella Coppa del Mondo alzata al vento nel cielo di Berlino. Suo il rigore procurato contro l’Australia e insaccato da Totti, suo il primo sigillo contro la Germania in semifinale. E non poteva che partire dal suo piede l’ultimo rigore trasformato di una finale contro la Francia, vinta a denti stretti, col temperamento e la forza morale prima ancora che con la tecnica e i lampi dei fuoriclasse.

La finale del 9 luglio

Quella finale del 9 luglio a Berlino (1-1 prima dei penalty, col «cucchiaio» dagli 11 metri di Zidane pareggiato dalla capocciata di Materazzi) fu una sofferenza, diciamolo, contro una Francia fortissima, rimasta in 10 nel rush finale dei supplementari per la famosa e famigerata testata di Zidane a Materazzi. Il successo arrivò ai rigori (unico errore di Trezeguet), tra mille fatiche, forse epilogo inevitabile per un Italia che rimase unita sempre, mentre fuori infuriavano le polemiche di Calciopoli, e che diventò indomita e «operaia» per agguantare l’obiettivo più grande. Cuore, sacrificio, tattica, insieme a qualche pennellata dei fuoriclasse sulla tela di quel Mondiale sofferto e bellissimo. E oggi, a vent’anni di distanza, è un vortice di sentimenti contrastanti tra il ricordo vivido di quella nottata da sogno che si mescola inevitabilmente alla triste malinconia di un Mondiale vissuto da spettatori.

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