Addio Tira, una vita da maestro e cronista con l’amore per la sua gente e la sua valle
IL LUTTO. Per l’autorevolezza e la conoscenza del territorio era «il Comandante». La sua disponibilità a muoversi con carta e penna era totale, sempre sigaro in bocca. Insegnante dal 1955. L’attenzione per gli alpini e la zootecnia.
Lettura 3 min.Aveva tre caratteristiche il Sergio Tiraboschi: il sigaro in bocca, l’amore per la sua gente e la sua valle e la completa disponibilità. Ogni volta che avevi bisogno, che domandavi qualcosa, Sergio rispondeva. Di lui, come giornalista che cercava di raccontare la Bergamasca, avevo bisogno spesso. A L’Eco lo chiamavamo «il Comandante» per via della sua autorevolezza e della profonda conoscenza della sua terra. C’era anche un altro comandante, quello dell’Alta Valle Seriana, Enzo Valenti, che aveva caratteristiche molto simili e che è ancora un nostro valido collaboratore.
Sergio Tiraboschi se n’è andato mercoledì nella casa di riposo don Palla di Piazza Brembana, la struttura che il suo grande amico Piero Busi - per tanti anni sindaco di Valtorta e presidente della Comunità Montana - aveva fortemente voluto e poi passo passo seguito e che Sergio Tiraboschi aveva più volte raccontato, nei diversi passaggi, con i suoi articoli su L’Eco.
Chi era Sergio Tiraboschi
Sergio aveva quasi novant’anni, li avrebbe compiuti il 5 di luglio. Una vita lunga e intensa, segnata dal matrimonio con Manuela e dall’essere padre di due figli, Marta e Siro. E pure contraddistinta da due ruoli: il maestro elementare e il giornalista per L’Eco, una collaborazione che era iniziata prima di tutto per la cronaca sportiva e che quindi si era allargata a tutte le vicende della valle. Ma, prima di tutto, Sergio era stato un maestro, un educatore. Aveva frequentato le magistrali all’Istituto Secco Suardo di Bergamo, si era diplomato ed era salito in cattedra per la prima volta quando aveva diciannove anni, nel 1955, proprio nella sua Zogno.
Al tempo nelle scuole di montagna le pluriclassi rappresentavano ancora una realtà importante. Voleva dire che in una stessa aula, in una stessa classe, convivevano bambini di prima e seconda elementare, il primo ciclo, oppure di terza, quarta e quinta, il secondo ciclo. Ma poteva capitare che in una classe coesistessero tutte e cinque le elementari. Raccontava Sergio che era stata un’esperienza stimolante: «Dovevo sapere creare i tempi giusti, il ritmo adatto. Dovevi alternare momenti di scrittura e di studio a lavori di gruppo omogenei e a momenti di spiegazione in maniera da potere seguire tutti, con le diverse esigenze che c’erano. In quei primi mesi al Circolo didattico di Zogno facevano riferimento ben novanta classi sparse tra Sedrina, Brembilla, Ubiale, Algua, le frazioni di Zogno…».
Tiraboschi era un giovanissimo supplente che veniva chiamato qua e là, alla bisogna. «Avevamo in casa il telefono, per fortuna. Magari mi chiamavano alle sette della mattina, io prendevo la bicicletta e andavo dove c’era una cattedra sguarnita. Per un periodo ho insegnato a Catremerio, in Val Brembilla, che oggi è una località praticamente disabitata, ma allora c’erano cento persone e una ventina di bambini. Per arrivarci c’era una mulattiera. Dovevo dormire nella scuola, allora sono salito con zaino e materasso in spalle. Nella mia classe c’erano cinque bambini. In realtà ho dormito ben poche notti a Catremerio, meglio fare la mulattiera, perché a stare là da solo mi annoiavo».
Dopo il primo anno di supplenze, Sergio è andato militare negli alpini, addestramento a Napoli e poi servizio in Friuli, nella Carnia, ai patrii confini. È rimasto sempre molto attaccato al corpo e alla tradizione degli alpini. Così come un affetto particolare mantenne sempre per i contadini, per gli allevatori della valle: non c’era fiera zootecnica alla quale non partecipasse ogni anno, a cominciare da quella più importante, che all’inizio dell’autunno si svolge a Serina. In mezzo alle vacche e alle pecore, ai contadini che giocavano a carte o alla morra nelle trattorie, Sergio si sentiva bene e pure in questo mi aveva coinvolto: era felice che anche un altro giornalista, non soltanto lui, si occupasse di questo mondo che, dopo essere scivolato ai margini della vita economica e forse anche sociale della valle, dagli anni Ottanta aveva avviato una ripresa fondata sulla qualità e identità dei prodotti. Sergio diede tutto il suo apporto per la costituzione del consorzio del Formai de Mut, collaborando con Abramo Milesi, produttore di Valtorta, e Pierangelo Apeddu, di Piazza Brembana. «Apeddu non era di origini brembane - disse Sergio una volta - ma è grazie a lui che il marchio “Formai de Mut” è diventato una realtà».
Era un cronista minuzioso. Aveva iniziato con le gare di sci, andava a seguirle una per una. Aveva l’ossessione della precisione delle classifiche, dell’esattezza dei nomi, per questo non si fidava delle parole dette al telefono: voleva consultare le graduatorie originali. Poi prese a raccontare la cronaca della valle in lungo e in largo. Durante l’alluvione del luglio 1987 il suo lavoro fu preziosissimo per il nostro giornale.
Quando andavo con lui mi spiegava tanti dettagli, curiosità. Una volta a Valnegra mi disse: «Qui c’era l’università di Gogìs. Sai chi erano i Gogìs? Erano gli abitanti dell’Alta Valle, oltre la Goggia, quella roccia caratteristica che si trova sotto il Cornello che, ha la forma di una gógia, come diciamo in bergamasco, cioè un ago, era una specie di confine ideale, se ne scriveva già nel Trecento… A Valnegra c’era una scuola media, l’unica; la gente della montagna è ironica, per questo dicevano che a Valnegra c’era l’università dei Gogìs».
In giro per la valle, qualche volta mi raccontava le sue avventure da maestro. «Una volta - mi disse - a Rigosa mi regalarono un cestino di uova e uno con le noci. Io ero in bicicletta e portavo con una collega a valle sulla canna della bici… La strada attraversava gli orridi, era sterrata… tra i sassi e le buche le uova e le noci insomma non sono mai arrivate a casa».
La camera ardente è al Don Palla. I funerali saranno celebrati domani alle 18 nella chiesa parrocchiale di Zogno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA