Dossena, il paese del sole e dei record: 23 milioni di fondi pubblici dal 2014

IL REPORTAGE. Nel borgo di 870 abitanti i giovani hanno saputo cogliere bandi e occasioni di finanziamento, per un rilancio che coinvolge l’intera comunità.

Dossena

Per capacità di tirare a casa fondi pubblici, Fabio Bonzi è l’erede diretto del mai dimenticato Piero Busi, eterno sindaco di Valtorta, il politico, l’amministratore che a cavallo del millennio per decenni è stato il protagonista della salvezza dell’Alta Val Brembana. Un democristiano rude e capace. Una leadership che, quando calava nella Capitale per batter cassa, metteva in riga i romani: un primato.Fabio Bonzi è ugualmente capace, ma la sua è una leadership della grazia. Nato e cresciuto a Milano da mamma milanese e papà dossenese, lì studia, prende una laurea, vive fino a un certo punto poi la sua storia è a Dossena, dove avvia un allevamento di capre. Con grazia, dal 2014 è sindaco del «Paìs del Sul». Circa 870 abitanti, il borgo si stira sulla costa a qualche chilometro di distanza, e di curve, dalla nobiltà di San Pellegrino Terme.

Con grazia, in una dozzina di anni porta «a casa» 23 milioni di euro di fondi pubblici e trasforma il futuro del paese. Un classico paesino di montagna destinato a tirare a campare se non a spegnersi, che il sindaco ha invece guidato fuori dall’isolamento al grido (si fa per dire, Bonzi non grida) di «Dossena non è un altro mondo: deve far parte del mondo (con “del” inteso maiuscolo, ndr)».

Giovani che pensano in grande

Non ha fatto tutto da solo, ovvio. Forse solo quello che lui stesso ha battezzato «il bando del divano», ma di questo raccontiamo più avanti. Si era al fatto che nulla di buono si costruisce da soli: nel 2014 Bonzi diventa sindaco espressione del Gruppo Giovani Dossena che si era costituito in paese per «fare qualcosa»: erano giovani molto capaci, non solo di tirare fuori idee, ma anche di faticare abbastanza per crederci, realizzarle. Prima di tutto, erano capaci di pensare in grande (maiuscolo). Sognavano di trasformare Dossena, e hanno cominciato a trasformarne il futuro al passo delicato del sindaco. Piano piano, senza mai fermarsi, mattone dopo mattone o meglio bando dopo bando.

Lo chiamano sindaco «bandista» perché «con lui abbiamo imparato a non lasciar perdere nemmeno un bando»

Seduti nel sole ai tavolini della Trattoria Alpina, i tre amici Stefano Trapletti, Debora Cavagna e Francesco Carminati in divisa gialla firmata Visit Dossena alla domanda com’è che vi siete portati a casa 23 milioni in 12 anni, che tutti piangono miseria, che è tutto un lamento perché mancano i fondi per fare qualsiasi cosa, che non si può andare avanti così, che Roma ladrona, che toccherebbe sempre a qualcun altro...

«Abbiamo sempre pronto un progetto, un’idea, un masterplan, un piano di sviluppo. E appena il bando esce, istruiamo e inviamo»

Risponde Debora: «Io voglio vivere a Dossena, voglio restare qui». E per farlo serve rendere Dossena attrattivo, creare posti di lavoro per i giovani senza dimenticarsi degli anziani e di quelli in mezzo. Bisogna far quadrare tutto. Belli ambiziosi. Ma ce la stanno facendo, sull’innesto del «sindaco bandista»: «Scherzando, lo chiamiamo così perché con lui abbiamo imparato a non lasciar perdere nemmeno un bando: ci abbiamo pensato e ci pensiamo sempre, notte e giorno, siccome il Comune è piccolo e i pochi dipendenti comunali hanno già troppo da fare, tante cose le imbastiamo noi, volontariato. Abbiamo sempre pronto un progetto, un’idea, un masterplan, un piano di sviluppo. E appena il bando esce, istruiamo e inviamo».

Sindaco per «far vivere una comunità»

«Odiavo Milano, però crescere lì mi ha aiutato. Per far vivere una comunità serve aprire lo sguardo, decidere di avere una visione a lungo termine»

In piazza arriva Bonzi, accompagnato dal figlio, un ricciolino biondo molto in movimento. «Ci sono tanti modi di fare il sindaco – siede e racconta –, limitarsi a gestire l’ordinario o decidere di far vivere una comunità». Gli anni della formazione a Milano lasciano il segno: «Odiavo Milano, però crescere lì mi ha aiutato. Per far vivere una comunità serve aprire lo sguardo, decidere di avere una visione a lungo termine, seminare, innaffiare ogni giorno, coltivare. Arrivo nel 2013 e qui c’era un parroco che aveva molta cura dei giovani, insieme ci mettiamo a lavorare, nel 2014 divento sindaco, non facevamo altro che incontraci per pensare a come fermare il declino del paese e della nostra comunità. Raduniamo le idee e costruiamo gli strumenti per accedere ai bandi, il primo focus è su progetti per mettere in sicurezza il territorio sul piano del dissesto idrogeologico, perché se crolli su cosa costruisci? Fatto questo, bisogna sviluppare strategie per rendere il paese “appetitoso”, individuiamo gli asset di Dossena: attrattività, ambiente e ricettività ». E cominciano.

Il «bando del divano»

Il famoso «bando del divano» è tra i primi: «Ero appunto sul divano e guardavo Che tempo che fa? C’era Renzi, a quel tempo premier. A un certo punto parla di questo “Bando [email protected]” che finanzia progetti per recuperare, ristrutturare o reinventare luoghi pubblici di valore culturale, artistico e ambientale. Renzi dice: “Mandate il vostro progetto a [email protected]”. Se ben ricordo la mail era questa. Mando al volo il nostro masterplan. Non è che poi schiocchi le dita e tutto fatto. Dal piano politico devi passare a quello tecnico, e Roma immaginarsi... Ma noi andiamo avanti e alla fine riusciamo a ottenere un primo finanziamento di 1,2 milioni per il nostro piano strategico che ne costa 10».

I fondi per il recupero delle miniere

Racconta che un giorno vanno da Massimo Sertori, assessore in Regione ad Montagna ed Enti locali: «Eravamo in quattro, c’era anche un ragazzo di 17 anni, presentiamo un progetto per il recupero delle miniere: è andata che a Sertori interessa e aggiunge che quel ragazzo di 17 anni che pensa al futuro del suo paese, è un X factor. Otteniamo i fondi»

Le strutture avveniristiche

Di bando in bando, di fondazione in Fondazione, di progetto in progetto, si arriva alla somma - enorme per un paesino di 870 abitanti - di 23 milioni. Bonzi e gli altri giovani - nel frattempo più cresciutelli - decidono che continueranno a pensare in grande quindi, per i progetti, si rivolgono a consulenti, studi e università, al meglio che c’è su piazza: non si va al risparmio e non necessariamente al chilometro zero. Nasce così un elenco di infrastrutture che creano le condizioni perché Dossena non sia un altro mondo, ma resti pienamente del mondo: strutture avveniristiche come il Becco a sbalzo sulla Val Parina, ardite come il ponte tibetano a 1.200 pedate discontinue più lungo del mondo, suggestive come il recupero delle vecchie cave di fluorite in cui oggi ci sono (anche) installazioni d’arte ideate con la Gamec, golose come i formaggi che prendono il nome dalla storia delle miniere - Minadùr, Taissina e Galèt (il «bocia» dei minatori) - dove vengono stagionati in base a protocolli studiati con il Cnr e l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo (quella di Slow Food).

Si progetta un giardino verticale

Ovviamente, interventi sulle scuole e gli edifici pubblici in generale, ora progettano un giardino verticale e un nuovo masterplan che si chiamerà «Abitare», per finanziare idee dedicate a chi resta, a chi cresce, a chi arriverà.

Ma non c’è abbastanza spazio qui per raccontare come si salva un paese che, tra gli altri record ha una squadra di Tamburello che unisce le generazioni e che milita in serie A.

Come si fa a mettere in 100 righe un tale successo di un gruppo di giovani e un leader pieno di grazia? Non si può, bisogna andarci - ci va già un sacco di gente - per capire i «miracoli» di Dossena.

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