Il sentiero che unisce
«LA CORDILLERA» . Grazie al Rifugio orobico, gestito dai volontari dell’associazione, proventi dell’attività. a progetti educativi e di formazione vicino a La Paz.
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Ci sono montagne che sembrano lontanissime tra loro. Eppure, da qualche anno, il Monte Alben e l’altopiano boliviano condividono lo stesso sentiero. Grazie al Rifugio Monte Alben, gestito dai volontari dell’associazione di promozione sociale La Cordillera, i proventi dell’accoglienza e della ristorazione sostengono progetti educativi e di formazione a migliaia di chilometri di distanza. È una storia che parte dalle Orobie e arriva fino alle Ande, passando per le mani di decine di giovani che hanno scelto di costruire un ponte di solidarietà. La Cordillera nasce ufficialmente nel 2019, ma affonda le sue radici in un gruppo di ragazzi italiani che, dopo aver conosciuto le missioni di padre Antonio Zavatarelli di Menaggio (Co) e padre Leonardo Giannelli di Umbertide (Pg) in Bolivia, scelgono di continuare a sostenerle anche una volta rientrati in Italia. Da quel gruppo informale prende forma un’associazione che oggi riunisce volontari provenienti da Bergamo, Genova, Milano, Gubbio, dalla Valtellina e da molte altre città, accomunati dal desiderio di mettere tempo, energie e competenze al servizio di quei progetti.
L’occasione per trasformare quell’idea in qualcosa di più strutturato arriva con il recupero dell’ex Baita Piazzoli, sul Monte Alben. Per oltre due anni il sentiero che sale da Cornalba si trasforma in un cantiere a cielo aperto. Gran parte del materiale necessario alla sua sistemazione viene trasportato un po’ alla volta, spesso sulle spalle dei volontari, scegliendo di ricorrere all’elicottero solo quando strettamente necessario. Un lavoro lungo e faticoso che porta, nel 2022, all’inaugurazione del nuovo Rifugio Monte Alben. «L’idea non era soltanto costruire un rifugio - racconta Tommaso Romanengo, volontario genovese dell’associazione -. Volevamo creare un’occasione per lavorare insieme, perché è così che nascono amicizie, rapporti e fiducia. La montagna, con il suo stile semplice ed essenziale, che richiede di adattarsi e di aiutarsi l’un l’altro, ci sembrava il luogo giusto per vivere tutto questo».
Aperto in modo continuativo
Ancora oggi quello spirito continua a vivere nella gestione della struttura. Dalla primavera all’autunno il rifugio è aperto in modo continuativo grazie a squadre di sette o otto volontari che si alternano settimana dopo settimana, occupandosi della cucina, dell’accoglienza e dell’ospitalità degli escursionisti, dei gruppi scout e degli oratori. Arrivano da Bergamo, ma anche da altre città italiane, e si passano il testimone lungo tutta la stagione. L’inizio dell’estate è segnato dall’«Albenfest», quando durante la «Sherpa Rally» circa 200 persone risalgono il sentiero trasportando viveri e materiali necessari per i mesi successivi, rievocando lo spirito con cui il rifugio è stato costruito: «In cambio poi offriamo un panino, una birra, un po’ di musica, con la chitarra, al massimo con un tamburo, perché siamo sempre attenti al contesto circostante», sottolinea con un sorriso Romanengo.
Il Monte Alben è una destinazione ma è anche il punto di partenza di un viaggio che arriva fino alla Bolivia. I proventi della gestione del rifugio sostengono infatti le missioni di Peñas e Batallas, situate nelle vicinanze di La Paz, dove i due sacerdoti italiani già citati operano accanto alle comunità locali. L’obiettivo è offrire ai giovani boliviani opportunità di formazione e di lavoro senza costringerli a lasciare i piccoli paesi dell’altopiano per trasferirsi nelle grandi città.
Creare opportunità
Negli anni sono nati progetti dedicati al turismo sostenibile e all’accompagnamento in montagna, alla valorizzazione del lago Titicaca, alla fisioterapia e ad altre attività educative, con l’obiettivo di creare opportunità partendo dalle risorse del territorio. Nel tempo il legame è cresciuto in entrambe le direzioni. Volontari italiani continuano a partire per periodi di servizio nelle missioni, mentre alcuni giovani boliviani sono stati accolti anche in Italia per esperienze di formazione.
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