Comunicato Stampa: “Prophetia silvae. Il processo”, stregoneria e Inquisizione nel Monferrato del Trecento
Nel Medioevo la paura è spesso rappresentata come una tecnica di governo, una forma di disciplina collettiva, un meccanismo attraverso cui una comunità decide chi debba essere protetto e chi, invece, isolato, nominato, consegnato alla colpa. È da questo nucleo oscuro e antichissimo che prende avvio “Prophetia silvae. Il processo” di Antonello Paolo Zaccone , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo , romanzo storico che sceglie il Monferrato del Trecento per raccontare non solo una vicenda inquisitoriale, ma il momento esatto in cui la giustizia smette di interrogare la verità e comincia a costruire un colpevole.
L’impianto del libro è subito chiaro e insieme ambizioso. La narrazione si apre ai giorni nostri, a Ricaldone, con il ritrovamento di un manoscritto nel convento dei Cappuccini di Cassine, e da questa cornice contemporanea prende slancio il racconto che riporta il lettore nel Trecento, durante la seconda settimana d’Avvento, per seguire il processo della Santa Inquisizione contro una donna accusata di stregoneria ed eresia . Zaccone costruisce così una soglia narrativa efficace: il presente serve a suggerire che certe paure non appartengono davvero al passato e che i manoscritti, veri o presunti, sono soprattutto dispositivi per rimettere in circolo una memoria rimasta sepolta.
Il processo si svolge tra il lunedì e il venerdì della seconda settimana d’Avvento del 1334. Il racconto prosegue poi fino alla terza domenica dello stesso periodo, mentre l’ultimo capitolo si colloca nel settembre del 1335; inoltre ciascun capitolo, salvo eccezioni finali, è scandito secondo le ore liturgiche monastiche, da mattutino a compieta. Questa organizzazione dà alla narrazione un ritmo rituale, quasi processionale , e imprime al romanzo una cadenza di attesa, di giudizio, di preparazione alla sentenza. È proprio grazie a questa intelaiatura che la materia narrativa, potenzialmente dispersiva, acquista compattezza e una fisionomia precisa.
La vera grande presenza del libro non è soltanto il tribunale, né il castello, né la cella. È il bosco. Il Boscum Communis , oggi Bosco delle Sorti, situato tra i comuni dell’Alto Monferrato alessandrino e astigiano, domina la vicenda come un organismo vivo, più che come un semplice scenario. Zaccone lo carica di spessore simbolico: è lo spazio della natura, certo, ma anche della memoria precristiana, delle sopravvivenze rituali, di una sapienza femminile che la religione ufficiale guarda con sospetto e il potere politico usa a proprio vantaggio quando serve. Attorno a questo luogo si stringono Ricaldone, Cassine, Ovada, le pievi, le corti, le strade percorse dai corrieri benedettini, i borghi e le loro giurisdizioni.
Su questa mappa si muovono tre figure principali che reggono l’ossatura del racconto. Iacopo Bellingeri, il domenicano incaricato del processo, è forse il personaggio più complesso: uomo di Chiesa, ma con un passato irregolare, fatto di fuga, vagabondaggio, gioco, tarocchi, conversione e colpa. In lui convivono il bisogno della regola e la memoria del disordine, la disciplina religiosa e una sensibilità che ha conosciuto l’ambiguità del mondo. Freja, la donna del bosco, è costruita come presenza liminare: perseguitata, sì, ma non ridotta a pura vittima, perché il romanzo le attribuisce un universo spirituale, simbolico e naturale che ha una sua coerenza interna e una sua dignità. Gregorio Guasco, il castellano, introduce invece il livello politico della vicenda: non è il fanatico assoluto, ma l’uomo del compromesso, della tenuta dell’ordine, della gestione del rischio. Insieme, questi tre poli producono qualcosa di più interessante del semplice scontro tra inquisitore e accusata: mettono in scena tre idee diverse di verità, di autorità e di sopravvivenza.
Il processo, infatti, è solo il centro apparente del romanzo. In profondità, Zaccone racconta molto altro: il conflitto fra potere ecclesiastico e potere marchionale , le frizioni tra diritto civile e diritto religioso, l’opportunismo di chi governa, la paura popolare che cerca un nome su cui scaricarsi, l’eterna vulnerabilità di ciò che sfugge alla norma. Alcuni passaggi sono particolarmente efficaci nel mostrare come l’accusa di stregoneria non nasca in un vuoto ideologico, ma dentro un sistema di interessi e di tensioni. Il vescovo, il marchese, il castellano, il borgo, i consoli: ognuno ha qualcosa da perdere o da guadagnare dalla piega che il processo prenderà. In questo senso il romanzo lavora bene su un punto decisivo: la persecuzione non è mai soltanto superstizione. È anche amministrazione del consenso, equilibrio fra poteri, risposta strategica a una fragilità politica. E il libro riesce a suggerirlo senza trasformarsi in trattato.
È sul piano dello stile che il libro mostra forse la sua impronta più riconoscibile. Zaccone adotta una scrittura densa, colta, a tratti volutamente solenne, che alterna formule latine, salmi, riferimenti biblici, lessico giuridico ed ecclesiastico a passaggi di forte intensità immaginativa. È una prosa che vuole accompagnare il lettore in un mondo fitto di segni e che non ha paura della complessità. La lingua di Zaccone riesce a tenere insieme l’archivio e l’incanto, il documento e l’apparizione.
“Il processo” indicato dal titolo è il versante esterno, il congegno narrativo che dà tensione, attesa, avanzamento. Ma la “Prophetia silvae” apre subito un’altra profondità: quella del bosco come luogo oracolare, sorgente di una verità che sfugge ai codici dell’istituzione. È come se Zaccone avesse voluto tenere insieme due forme di parola inconciliabili: quella del tribunale, che giudica e condanna, con quella della selva, che custodisce e resiste. In questo attrito fra sentenza e profezia si gioca una parte consistente del fascino del libro. Il lettore avverte che la vera posta in gioco non è soltanto il destino dell’imputata, ma il diritto stesso di nominare il reale: chi può dire che cosa è eresia, che cosa è sapienza, che cosa è male, che cosa è deviazione.
Il romanzo si colloca dentro una linea riconoscibile del romanzo storico italiano. In alcuni snodi si possono avvertire rimandi alla grande tradizione che va da Umberto Eco, soprattutto per la tensione tra biblioteca, simbolo, eresia e autorità, fino a un immaginario più vicino a Sebastiano Vassalli, là dove il femminile perseguitato diventa bersaglio di una comunità incapace di comprendere ciò che teme. Ma Zaccone non si appoggia semplicemente a un modello: il suo tratto personale sta nel legame tenace con il territorio monferrino e nella volontà di fare del paesaggio una forza attiva della narrazione. “Prophetia silvae. Il processo” è un romanzo storico territoriale nel senso più alto del termine: radicato, concreto, consapevole del valore culturale dei luoghi.
Ciò che resta di “Prophetia silvae. Il processo” non è soltanto l’efficacia del congegno inquisitoriale o la precisione dell’ambientazione storica. Resta soprattutto una domanda, scomoda e attualissima: che cosa accade a una comunità quando smette di capire e comincia a temere? Zaccone affida al suo Medioevo una risposta indiretta, ma limpida. E cioè che spesso non sono i margini a generare il terrore, bensì il bisogno del centro di difendersi inventando una colpa. Per questo il suo romanzo non mette davvero sotto accusa una donna del bosco: mette sotto accusa il momento in cui il potere, per salvarsi, decide di chiamare giustizia la propria paura.
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