“Identità fluide”, un flusso eterogeneo di pensieri, parole e immagini racchiuso in brevi racconti

Non sono molti gli autori che cimentano il proprio talento nella forma del racconto, che richiede particolari attenzioni da parte dello scrittore, diverse ma non meno impegnative rispetto alla stesura di un romanzo. Il racconto è limitato dalla sua brevità nella quale deve riuscire a contenere ed esprimere un significato, non necessariamente una morale, ma uno spunto di riflessione originale, un punto di vista inedito, un motivo che riesca a fare del suo limite la sua forza narrativa per fare breccia nella mente del lettore, imprimendosi indelebilmente nella sua memoria. Se il significato di un romanzo è diluito in centinaia di pagine, nel racconto deve manifestarsi più intensamente, nell’arco di pochi sostanziali paragrafi: i racconti di Elisa Moretto raccolti in “Identità fluide” , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo , rispondono pienamente a questa caratteristica, dimostrando intuito e competenza sorprendenti dell’autrice ventiquattrenne se si considera che questa è la sua opera d’esordio.

È lei stessa a rivelare come l’invenzione e la composizione di storie immaginarie sia un meccanismo innato e necessario: una propensione istintiva per esprimere in silenzio il suo mondo interiore, che si manifesta nei suoi racconti di brevi stralci di vita che racchiudono l’immediatezza di immagini, emozioni e momenti e si rivelano agli occhi del lettore nell’arco di pochissime pagine, a volte anche una soltanto. Il rammarico di un ladro d’identità, il pensiero che nasce dall’incontro di due sguardi nel riflesso di un vetro, l’amore visto dagli occhi di un folle: ogni racconto è il frammento di un’idea di Elisa Moretto, di una sua riflessione; è un seme, citando le parole dell’autrice in “Frammenti di strada”: “Sono un coltivatore da anni. Coltivo parole agli angoli delle strade e oggi ne distribuirò i semi in queste pagine”, racconta il protagonista, “I semi necessitano di spazi distribuiti, di terreni fertili per crescere, di libertà nell’invecchiare. Se una sola di queste pagine dovesse per qualche ragione inaridirsi, per lo meno, salverò tutte le altre; metterò al sicuro i miei frammenti di strada: una buona semina diventerà il vostro raccolto.”

Elisa Moretto riesce con semplicità a giocare con le parole, interpretando personaggi diversi, ordinari ma inusuali, che nascondono le osservazioni dell’autrice stravolgendone la prospettiva, come Livia, che dice a se stessa: “Oggi coltiverò una pianta”, e che lo farà come se quei rami, radici e foglie fossero i suoi, cercando di non farla morire anche se qualche foglia già cade. “È di nuovo domenica e Livia decide di coltivare la sua pianta. Che poi “pianta” è un po’ come “paura”, se si guarda bene. Togli una “i”, capovolgi una “n”, rimuovi un pezzetto di “t” e ci siamo. Livia coltiva la sua pianta ma lei non ne vuole più sapere di fiorire. Inizia così a coltivare la paura e lei sì che le dà soddisfazione, lei fiorisce in fretta. E da un germoglio ne nasce un altro e un altro ancora ed eccoli lì, mille minuscoli germogli spaventati e una pianta che foglia a foglia attraversa le stagioni e le perde di vista, perde il controllo, si lascia andare alla paura.”

Ogni racconto raccolto in “Identità fluide” è un frammento brillante di pensiero, un seme capace di attecchire e germogliare offerto ai lettori. Descrivono situazioni diverse tra loro, alcune profondamente atipiche, altre apparentemente quotidiane e familiari, conducendo per brevi sentieri mai uguali: Clarissa, protagonista di “Ombre”, riflette sulla solitudine dopo un giorno passato accalcata tra la folla di un ufficio postale, quando tornare a casa ed essere finalmente soli sembra più una fortuna che una condanna, ma che inevitabilmente la porta a sentire il bisogno di qualcuno accanto. “Tutto si concludeva sempre con una nota di tristezza e Clarissa si odiava per questo. La sua vita poteva essere qualcosa di più, lei lo sapeva, ma non faceva niente per renderla migliore. Così, quando tutto sembrava crollare, apriva la finestra della sua cucina, spegneva le luci, si sedeva sul davanzale e si accendeva una sigaretta. Non le piaceva fumare, in realtà, odiava sentire l’odore della sigaretta sui suoi vestiti, fra i capelli, sulle dita”.

Giovanni invece racconta della sua scarpa persa e dello smarrimento di sé ; l’anonimo protagonista di “Narciso”, che infine prende il nome dal titolo del racconto, riflette sui motivi che hanno portato lui e Alice a lasciarsi; Il signor Musil rivela la sua paura a uno sconosciuto seduto sulla panchina di un parco a cui, per pochi giorni, aveva “rubato” la sua identità, imitandone i movimenti, il comportamento e l’abbigliamento: la signora Francesca è malata di Alzheimer e con lo sguardo e le mani per aria, tesse una tela immaginaria, stringendo un ago invisibile che cuce spenti brandelli di ricordi. Sono soltanto alcuni dei protagonisti dei racconti di “Identità fluide”, apparentemente slegati per temi, personaggi e concetti, in realtà tutti accomunati dalla voce di Elisa Moretto che imprime in ognuno di essi un fascino irresistibile e una grande intensità narrativa, descrivendo archi evolutivi complessi in poche pagine che spiccano come pennellate di vivido colore sulla tela bianca. Ogni racconto è fluido, come insito nel titolo dell’opera stessa, mutevole e mai statico, ogni situazione descritta viene stravolta , cambiando rapidamente, lasciando al lettore poco tempo per adattarsi alle sue metamorfosi mentre il flusso delle parole continua a condurlo da un racconto al successivo, ognuno dei quali modifica il corso di quella corrente, il suo tono e la sua forma rispetto al precedente, continuando così a stimolare la curiosità di chi legge, tenendolo incollato alle pagine che rapidamente si susseguono.

Racconti stimolanti che analizzano e rivelano molteplici aspetti dei momenti che raccontano, non dedicandosi mai completamente a un singolo concetto assoluto e immobile ma alle svariate forme che assume: l’ allegria può trasformarsi in amarezza dopo poche frasi, la tristezza può lasciare posto a nuove speranze o condurre il protagonista in un sentiero di rabbia, o accettazione, o ancora rinuncia. L’amore, il rancore, i sogni, la paura, non sono mai elementi immobili nella narrazione di Elisa Moretto: è il loro continuo mutare, percorrendo sentieri tortuosi che mai tornano al punto di partenza, descrivendo spirali ascendenti o discendenti, che accomuna i racconti raccolti in “Identità fluide”, una lettura a cui approcciarsi senza dare niente per scontato, perché nulla è come sembra e ogni emozione assume un significato diverso alla luce del contesto nel quale è collocato e si sviluppa.

L’autrice dedica questi suoi racconti a chi attraversa il dolore con la fragilità dei forti, a chi custodisce negli occhi l’innocenza dei curiosi e a chi si muove libero nelle profondità delle sue sfumature, sperando che nei lettori questi semi trovino terreno fertile per crescere e sopravvivere, rimanendo impressi nella mente di chi sappia accoglierli e percepirne le infinite sfumature.

 

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