Giovedì 05 Settembre 2013

Il mistero della Cappella Colleoni
Un uccellino nella tomba di Medea

di Emanuele Roncalli

Misteriose e inquietanti, spesso avvolte da un alone di leggenda, per alcuni versi indecifrabili e segrete, nelle chiese bergamasche vi sono testimonianze insolite, la cui storia rischia di svanire per sempre. Non si tratta di statue o simboli, monumenti o pezzi d'arte, ma di presenze «bestiali». Già, perché di animali veri si tratta.

Non solo qualche ossa o piccoli reperti, ma animali interi, un tempo mostruosamente temibili. Se è noto che in una chiesa di Ponte Nossa penzola da secoli un coccodrillo (un po' meno è la sua storia che ripercorreremo più avanti), non così per quel pennuto custodito in Città Alta, dove campeggia la scritta «luogo sacro».

Siamo nella Cappella Colleoni. Luogo già di per sé misterioso, se non altro per quel «giallo» che ha tenuto in scacco per secoli storici e studiosi. Ci riferiamo alla scoperta della salma di Bartolomeo che per lungo tempo si riteneva non fosse nel mausoleo, ma in altro posto, in quanto tombe e sarcofagi risultarono vuoti ad ogni ispezione.

Nacque anche un «giallo» legato alle sorti dei resti del nostro condottiero, che alimentò non poche leggende, fino ad ipotizzare che il feretro fosse stato collocato sotto il pavimento della Basilica di Santa Maria Maggiore in Città Alta. Ma la storia che stiamo per raccontare non riguarda Bartolomeo, né il suo cavallo, o meglio il suo monumento equestre, la grandiosa statua d'oro che sovrasta la sua tomba.

La pagina di un passato remoto che vogliamo rispolverare esce invece da una gabbietta, che custodisce un uccellino. Proprio così, la Cappella Colleoni conserva un volatile - a dire il vero ormai ridotto a uno scheletrino e poche piume - dalla storia incredibile. A chi apparteneva? Perché si trova lì? E soprattutto è ancora visibile al pubblico? Quanti si recano in visita ai luoghi colleoneschi di Bergamo Alta forse non ricordano o non conoscono affatto le vicende legate all'uccello, né sanno della sua esistenza. Ma anche in quei pochi ossicini c'è tutta una storia, una vicenda, per certi versi intrisa di commozione e lacrime. Per alcuni si tratta di un passerotto, per altri di un cardellino.

Oggi ciò che resta dell'uccellino è sotto una piccola cupola di vetro, generalmente conservata nella sagrestia, oppure all'ingresso della Cappella nella postazione dei custodi. Per ripercorrere le tappe di questa vicenda, ovvero dell'insolita presenza del pennuto, occorre spostare indietro l'orologio del tempo, fino a quasi sei secoli fa. Sul finire dell'inverno del 1470, Medea, la figlia quattordicenne del Colleoni, si ammalò di un grave morbo polmonare. Il condottiero abbandonò i suoi incarichi per stare vicino alla sua amatissima bambina. Ma la fine giunse rapidamente e Medea morì il 6 marzo 1470. Una perdita gravissima.

A poca distanza dalla camera della ragazza vi era una gabbietta con un passerotto, suo compagno di giochi. Anche l'uccellino pare avesse avvertito l'agonia della padroncina e infatti morì lo stesso giorno. Bartolomeo ordinò dunque di farlo imbalsamare e di riporlo nella bara di Medea. Seppellita nella chiesa di Santa Maria della Basella, a Urgnano, nel 1842 la bara con le spoglie di Medea e il passero venne trasportata nella Cappella Colleoni. Ed è appunto da quel sarcofago che l'uccellino venne successivamente tolto per essere conservato sotto la cupola di vetro.

Ben più inquietante è la storia di un altro animale custodito in una chiesa. Si tratta appunto del coccodrillo della chiesa della Madonna delle Lacrime (parrocchiale di Santa Maria Annunziata) a Campolongo di Ponte Nossa. Caso non unico in Italia, visto che alligatori si trovano anche nel santuario della Madonna della Campagne a Verona, o in quello delle Grazie a Curtatone di Mantova o ancora in quello di Varese. Sono fiorite varie leggende attorno alla «lucertola marina», ma come scrisse il sacerdote e studioso Enrico Caffi - al quale è intitolato il museo di Scienze Naturali in Cittadella a Bergamo Alta - è probabile che «un mercante di Premolo, tale Bonelli de' Ferrari, abitante a Campolongo l'abbia acquistato da qualche mercante a Rimini».

Nessuno è comunque mai riuscito a saperne di più. Da ricerche negli archivi parrocchiale è invece emerso che il coccodrillo è stato oggetto di numerose diatribe. Le autorità ecclesiastiche nel 1594 intimarono la rimozione dell'animale e ci riprovarono, senza esito, nel 1700. A distanza di secoli, il coccodrillo rimane dunque al suo posto. A questo «animale a guisa di lucertola» è legata l'ideologia cristiana per la quale draghi, serpenti e appunto coccodrilli erano spesso associati al male. Il fatto che si trovi sopra la navata sta a indicare che è stato catturato, ucciso, e con lui il male che rappresenta. Un monito dunque ai fedeli.

Altre volte - soprattutto nelle chiese medievali - furono collocati con la stessa simbologia alcuni fossili preistorici. Esempi come quest'ultimi si trovano anche in Bergamasca. Ad Almenno San Salvatore nella chiesa di San Giorgio (costruita prima dell'Anno Mille) c'è un osso appeso a una trave dell'abside. Lungo 2,60 metri, largo 11 cm., il Caffi lo attribuì a un mammifero marino, ribattezzato «la balena di Almenno». Altro caso intrigante è l'osso che penzola dal soffitto del Santuario di Sombreno a Paladina: «È una costola di un grosso elefante - ha sentenziato il Caffi - elephas primigenius o mammut, che viveva nei paraggi al tempo dei primi uomini. È precisamente una costola sinistra, piatta e curva, lunga un metro e 80 centimetri». Una descrizione scientifica ineccepibile. Ma i misteri rimangono. Coccodrilli, balene, elefanti. Perché tutti questi reperti nei luoghi di culto?

13 - Continua

e.roncalli

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