Una gallina dalle piume nere fugge dall’allevamento industriale in cui è nata, sottraendosi a un destino già scritto fatto di gabbie, catene di produzione e sopravvivenza meccanica. Spinta da un istinto primordiale di libertà e protezione, intraprende un viaggio ostinato alla ricerca di un luogo dove poter mettere al mondo e crescere i propri pulcini lontano dalla violenza degli uomini. Ma la sua fuga si trasforma presto in un’odissea imprevedibile attraverso un’umanità ferita e brutale. Tra strade polverose, mercati affollati e paesaggi ai margini dell’Europa, la gallina attraversa ambienti dominati da sopraffazione, paura e precarietà, osservando il mondo umano con uno sguardo innocente e insieme lucidissimo. Il suo cammino la conduce infine in un villaggio sulla costa greca, dove trova rifugio nel cortile decadente di una vecchia trattoria ormai in rovina. Qui viene catturata da un anziano ristoratore stanco e sottomesso, incapace di opporsi al compagno violento della figlia, figura che domina la casa attraverso intimidazione e abuso. Anche nel pollaio vigono regole feroci: gerarchie, lotte territoriali, esclusioni. E la gallina si ritrova così immersa in una comunità dove la violenza sembra ripetersi identica, tra uomini e animali. Sul fondo di questa parabola surreale scorrono piccoli traffici illegali, tensioni sociali e il dramma silenzioso della crisi migratoria, che attraversa il villaggio come una ferita aperta. In questo universo fragile e corrotto, la protagonista continua però a muoversi con ostinazione, diventando testimone involontaria delle contraddizioni umane: crudeltà e tenerezza, egoismo e solidarietà, dominio e desiderio di salvezza. Attraverso gli occhi di questa eroina piumata, il film costruisce una favola amara e ironica sulla libertà, sull’istinto di sopravvivenza e sulla possibilità di resistere anche nei luoghi più degradati.