Il film prende avvio da un fatto realmente accaduto alla fine degli anni Settanta negli Stati Uniti. Un uomo qualunque, consumato da una lunga disputa economica e dalla sensazione di essere stato schiacciato da un sistema troppo grande per lui, entra armato negli uffici di una società finanziaria deciso a ottenere ascolto. Non vuole solo denaro: vuole essere riconosciuto. L’azione è immediata e sconvolgente. Prende in ostaggio il giovane figlio del potente presidente della compagnia e costruisce una trappola quasi impossibile da disinnescare: un fucile puntato alla testa dell’ostaggio, collegato a un meccanismo rudimentale fissato al proprio collo. Se qualcuno prova a intervenire, la detonazione sarebbe inevitabile. La polizia resta paralizzata, costretta a negoziare. Le sue richieste — soldi, immunità e soprattutto delle scuse pubbliche — trasformano rapidamente il caso in un evento mediatico. Televisioni e radio seguono ogni minuto dell’assedio, mentre l’uomo diventa contemporaneamente criminale, vittima e personaggio televisivo. Il palazzo circondato dalle forze dell’ordine si trasforma in un teatro e l’America intera osserva, commenta, giudica. Man mano che le ore passano, emerge un ritratto ambiguo: non solo un sequestratore instabile, ma una persona che chiede disperatamente di essere ascoltata in un mondo che riconosce l’esistenza solo attraverso lo spettacolo. Il film costruisce così un dramma psicologico in cui si confondono lucidità e delirio, giustizia e vendetta, mostrando come i media possano trasformare una tragedia privata in intrattenimento collettivo e interrogando il rapporto tra potere, verità e bisogno di visibilità.