Regista con i baffi da Curno a New York
Max Losito con il fotografo Gianni Berengo Gardin: il regista bergamasco che vive a New York

Regista con i baffi
da Curno a New York

Da Curno a New York con un’unica passione, quella per l’immagine e le sue mille declinazioni. Massimo Losito, Max per tutti, 43 anni, bergamasco, è regista e fotografo «inconfondibile» – ci viene da dire – per i suoi i baffi alla Salvador Dalì che coltiva ormai da quasi 15 anni.

Dopo la Losito International Films con sede a Curno, nasce a New York la Imagery Lab creata tre anni fa insieme a un socio americano. Due case di produzione video specializzate in «table top», cioè in riprese ad alta velocità con effetti speciali di cibo, bevande e oggetti. Il biscotto al cioccolato con il morbido cuore di ripieno fondente, la frutta che si tuffa candida nello yogurt, il design sensuale dell’ultimo profumo della maison francese, tutto finto, o quasi.

Il cioccolato liquido, vellutato e dai riflessi intensi, è una ricetta chimica segreta, le tavolette sono in resina, così come molti degli altri ingredienti che vengono riprodotti in scala, spesso in dimensioni più grandi rispetto all’originale. Queste scene e tutte le altre suggestioni del mirabolante mondo della pubblicità che «stanno sul tavolo» per gli addetti ai lavori si chiamano appunto «table top» e Max ne è il regista.

Max Losito al lavoro

Max Losito al lavoro

Lui con l’immagine ci nasce, il padre Giuseppe è un fotografo di food e lavora per le principali riviste italiane di cucina. L’inizio è, come sempre, un atto di coraggio e spensieratezza. «Avevo 17 anni e mio padre che doveva fotografare i piatti delle ricette della settimana di Guida Cucina, edito da Mondadori, era ammalato. Mia mamma Laura studiava le ricette e preparava i piatti, che poi mio padre fotografava. Quel giorno l’ho sostituito io e non se n’è accorto nessuno». Poi Max si diploma come geometra e rientrato dal servizio militare prestato nel Battaglione San Marco, inizia a sentire la passione per i video.

«Seguivo i matrimoni, ma la noia mi assaliva. Oltretutto facevo video per persone che non li capivano – sorride – e ho mollato subito. In quegli anni andavano per la maggiore i corsi video di cucina e noi ne abbiamo prodotto uno, tutto in famiglia. Mia mamma a inventare ricette, io e mio padre alla regia. Direi che è andato bene, l’abbiamo proposto alla Mondadori che lo ha acquistato: 300 mila copie distribuite in allegato al mensile “Sale e pepe” e sponsorizzato dalla Kraft».

Da lì un altro passo: realizzare un video con scene di food da presentare alle case di produzione milanesi e poco dopo arriva il primo lavoro firmato Plasmon. A oggi sono circa 150 gli spot girati dalla Losito International Films e da Imagery Lab, soprattutto per il mercato estero. «Ho lavorato per tutti i Paesi europei, Indonesia, i Paesi arabi, Israele, Turchia, Stati Uniti, Messico e Brasile e altri ancora». Tra i marchi principali per cui ha lavorato nel mondo si possono citare: Lindt, Milka (per la Russia), Oreo, Ferrero, Nivea, Heineken, Coca cola. Carte d’Or, Calgonit, Kellogg’s, Nestlè.

Senza dubbio Max sa guardare lontano ed è infatti uno dei primi a lasciare la pellicola per passare al digitale. «Il mercato, quello europeo in particolare, è in continuo cambiamento e negli ultimi anni il trend non è stato positivo. Ho deciso di cambiare direzione e di affrontare il mercato americano, che offre lavori più importanti con disponibilità di budget più elevati. Il primo spot è stato per la “Dove” e l’abbiamo girato in 3D, con riprese in contemporanea di due telecamere messe a distanza oculare, con un sistema sofisticato di automazioni. È stato un lavoro molto complesso anche dal punto di vista organizzativo, ma ben riuscito grazie alla collaborazione della producer italiana Elena Quiri. Poi abbiamo girato uno spot per la vodka “Cîroc”, il brand del cantante rap Puff Daddy. Fortunatamente è andato bene, i creativi erano un po’ preoccupati. Si aspettavano da un momento all’altro di vederlo entrare armato di pistola. Pare proprio che sia un po’ irascibile il ragazzo».

In tutto questo Max non trascura l’altra vena pulsante: la fotografia. Tenendosi sempre in contatto con il circolo fotografico «Bergamo 77» di Borgo Santa Caterina, si dedica alla street photography, lo scatto d’istinto che coglie gli attimi di vita sul palcoscenico della strada. Finiscono in mostra in Normandia, organizzata dall’associazione culturale francese «La fabbrica quoi», le sue immagini sulla rivolta degli Indignados di Zuccotti Park a New York. Sarà invece pronto per gennaio un grande lavoro, il film documentario su uno dei pilastri della fotografia italiana, il maestro Gianni Berengo Gardin.

«Si intitolerà “My life in a click”, 120 minuti, tutto in bianco e nero. Il materiale l’ho raccolto in sette anni, tra il 2008 e il 2014 – racconta – andando a casa sua, seguendolo in giro per l’Italia e all’estero. Ci sono poi le testimonianze dei suoi amici e colleghi che ho avuto il piacere di incontrare: Sebastião Salgado e Josef Koudelka a Parigi, Erwitt Elliot a New York, Renzo Piano a Genova, Ferdinando Scianna e anche Gabriele Basilico, che avevo intervistato un anno prima della sua morte . Gianni ha già visto il montaggio e gli è piaciuto molto, ora lo stiamo finalizzando. L’ultimo passaggio sono state le musiche, scritte dai compositori Fabrizio Campanelli e Enrico Goldoni ed eseguite dall’orchestra della radio sinfonica ungherese di 60 elementi, che abbiamo registrato di recente a Budapest. Il risultato è strabiliante. Ottimo il lavoro del montatore Nicola Rota, che ha saputo davvero tirare fuori il meglio dalle 40 ore di materiale girato».

Che persona è Gianni Berengo Gardin? «Estremamente piacevole, molto generosa e umile, forse anche troppo – racconta –. Ha 85 anni e continua a fotografare come faceva 50 anni fa, tirando fuori immagini di altissima qualità, i suoi scatti sono diventati 260 libri, una produzione immensa che a volte, anche lui, dimentica di avere. Gli avevano chiesto dei ritratti di personaggi famosi da esporre in una mostra e lui convinto a dire no, che non ne aveva mai fatti. Poi dall’archivio ne sono usciti 200. È stato in tutto il mondo e spesso quello che racconta, gli aneddoti, i dettagli, sono perle di vita. La sua passione per la fotografia si respira a tal punto da diventare anche contagiosa. L’ha trasmessa anche a Nicola, che dopo aver lavorato per così tanto al montaggio si è comprato una Nikon e adesso fotografa in bianco e nero». «My life in a click» sarà pronto all’inizio del prossimo anno. Ne sentiremo parlare ancora, molto presto.

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