Cultura da spalmare

Cultura da spalmare

Dell’italiano, Henry James diceva che è una lingua «perfetta».Tendo a essere d’accordo con lui, per la buona ragione che è indelicato dar contro a un morto e poi perché la lingua nazionale – o il dialetto toscano, come preferite – è in effetti straordinariamente espressiva.

Almeno così sembra a noi che ne cogliamo le sfumature, i sottintesi, la forza e la coloritura delle parole. Ma anche gli stranieri ne godono: definiscono la nostra parlata musicale, viva, romantica. Trovano ciò che cercano, si capisce, in una sorta di illusione sonora, ma l’essenza dell’idioma, indubbiamente, li aiuta. Purtroppo per noi l’italiano è una lingua marginale. Essa ha esportato un discreto numero di parole - «pizza», «villa», «sole», «cappuccino», «mafia», «volare» e «pasta» - ma trattasi di marchi, riferimenti più commerciali che culturali, stereotipi e non letteratura. Gran parte dell’italiano rimane sommerso, riservato a quel club esclusivo che, nel mondo, sono gli italiani.

Da questo bisogna trarre qualche riflessione. La prima è che certi ruggiti emessi nella nostra lingua sembrano assordanti qui ma non sono percepibili altrove: gli strepiti di Renzi, Grillo, Salvini e Santanchè si perdono nel nulla, come se una formica cercasse di strillare più forte di un elefante. Inoltre, bisogna dire che questa irrilevanza dell’italiano non è esclusiva: nel mondo ci sono lingue, pur diffuse, che hanno perfino minor riscontro della nostra. Questo perché il «territorio» della lingua, oggi, è Internet e Internet parla l’inglese (e un po’ lo spagnolo e il francese). Queste sono le lingue che «viaggiano» e contano ovunque, le altre - compreso il gigante mandarino - rimangono idiomi pressoché locali. Addirittura ci sono parlate che la Rete non conosce: nessun sistema operativo si è preoccupato di attrezzarsi con una versione «chewa», lingua parlata in Africa da milioni di persone. Forse sarà il caso di tenere a mente che la grande rivoluzione di Internet non è quella di riflettere un caleidoscopio di culture, ma di spalmarne una sola su tutta la superficie del mondo.


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